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Life, Love, Passion

Alessandra Pierelli e la sua arte!

    Alessandra Pierelli io la amo. Lo dico subito. Prima di iniziare una qualsiasi descrizione seria. Prima di parlare delle sue tecniche. Prima di parlare della sua arte. Prima…

 

 

Alessandra Pierelli io la amo.

Lo dico subito.

Prima di iniziare una qualsiasi descrizione seria.

Prima di parlare delle sue tecniche.

Prima di parlare della sua arte.

Prima di parlare di lei.

 

Incontrata ad una cena vista mare,

il caso ci ha messe sedute una accanto all’altra

ed è scoccata immediatamente la scintilla.

Quella scintilla che ti fa dire: 

” Cavolo, mi sembra di conoscerla da una vita! “

 

 

 

 

Raccontarla è cosa ardua perchè la sua è veramente una Storia.

Parlano le sue opere, i suoi colori, le sue scelte.

Se volete scoprire di più potete andare sul suo sito.

Dopo aver letto questa intervista dove ci ha aperto il cuore.

 

 

Alessandra Pierelli Art

 

 

 

 

Alessandra, dalle Marche passando per l’Umbria per approdare a Trieste.

Un mezzo giro d’Italia.

Raccontaci un po’ di te.

 

Nelle Marche ho vissuto fino a 19 anni, visto che poi mi sono subito spostata a vivere a Milano (dove ho frequentato l’Accademia di belle Arti) e, successivamente, a Londra.

Ho sempre viaggiato molto e vissuto per brevi periodi anche a Madrid e a New York.

A New York vivevano il mio maestro d’arte, Nicolas Carone (uno dei maggiori esponenti della corrente dell’espressionismo astratto, direttore dell’International Art School di New York e grande amico del mercante d’arte triestino Leo Castelli) e anche l’altro artista americano con cui ho collaborato, Al Held.

Li ho conosciuti entrambi  in Umbria, a Todi, dove ho vissuto per vent’anni con il mio primo marito, e i miei due figli più grandi.

A Trieste invece sono arrivata nel 2015, sempre per amore, per seguire Michele, che poi è diventato il mio secondo marito e il papà della mia terza figlia, Bianca.

A Trieste mi è sembrato di tornare alle origini, essendo nata in una città di mare, Ancona.

ùTrieste l’ho sentita subito mia, è una città, bellissima, mai scontata o banale, e me ne sono innamorata. Dal punto di vista del processo creativo, Trieste è un territorio molto fertile per me, c’è il mare, un elemento che favorisce l’introspezione, che mi riporta alla natura delle cose e che mi regala benessere ed equilibrio.

Il tasto dolente è rappresentato dal lavoro: Trieste infatti è una città molto classica e, nonostante ci sia curiosità, non mi garantisce un sufficiente riscontro per il mio tipo d’arte. Mi devo quindi spostare frequentemente a Milano e a Roma (ma anche in altre città), per collaborare con gallerie, spazi espositivi e per partecipare a eventi artistici. Inoltre, da alcuni anni collaboro anche con una galleria di Los Angeles, metropoli dove spero di riuscire ad andare presto.

 

Appassionata di arte e di bellezza in tutte le sue forme.

Quando hai iniziato e da dove nasce questa passione.

 

Credo che questo talento e questa passione mi sia stano state trasmesse da mia madre, che è una bravissima artista figurativa, e che si siano poi rafforzate anche grazie all’influenza di mio fratello maggiore (anche lui disegnatore/fumettista).

Mia madre, inoltre, è anche un’amante dell’arte in generale e una collezionista, quindi sono cresciuta respirando arte in casa, circondata da bei quadri e mobili di design.

Credo che tutto questo abbia influito molto e prodotto in me uno spiccato senso estetico.

Ricordo che già da piccolissima ho iniziato a provare interesse per il disegno, la creazione e la manualità. Disegnavo esercitandomi a ricopiare pupazzi e disegni che mi piacevano, e giocavo spesso con la plastilina, realizzando piccole statuine. Da allora non ho più smesso e per me è come se fosse una droga; ho sempre bisogno di pensare a qualcosa di nuovo da creare, di avere le mani sporche di colori, resina, stucco.

Quando sono presa dalla realizzazione dei miei lavori, potrei anche andare avanti per ore, totalmente rapita (quasi ipnotizzata) da ciò che sto facendo. A volte mi capita di non sentire neanche la stanchezza o la fame.

Oltre all’arte, ho molti altri interessi e sono molto curiosa.

Direi che queste due caratteristiche sono una fonte continua di stimoli e ispirazione. Come già detto, sono molto golosa e mi piace fare dolci.

All’inizio, un po’ per gioco, ho cominciato a farne anche di finti e ora sono diventati uno dei punti di forza delle mie creazioni.

Mi piace molto anche la moda, il design, il cinema e i fumetti e, infatti, varie opere e mostre che ho fatto sono state ispirate da questi miei interessi; vedendo un film, rivisitando pezzi di design, sfogliando riviste di moda da cui ho preso spunti, riproducendo stemmi, logo e simboli dei miei supereroi preferiti, come Superman, Batman e Capitan America, Baby Yoda.

 

Quando hai capito che la tua passione poteva diventare un lavoro? 

Da subito  dopo l’ accademia, anche se  nel tempo il mio lavoro si è modificato.

Ho iniziato con uno stile molto classico,  figurativo, infatti per un lungo periodo quando vivevo in Umbria ho fatto la decoratrice, eseguivo murali e trompe l’oeil su commissione in case e strutture private.

Poi dal 2006 ho cominciato ad appassionarmi al genere astratto (seppur sempre riconoscibile e materico).

Sono sempre in continua ricerca ed evoluzione, il mio lavoro si modifica sempre e, inoltre, sono molto curiosa, quindi nel percorso inserisco sempre degli elementi di novità.

Nell’ultimo periodo però il mio stile si è molto trasformato: amo  di più i colori accesi, faccio più scultura che pittura e il mio stile è diventato molto Pop.

Avendo cambiato stile, si è modificato molto anche il mio tipo di lavoro: raramente eseguo decorazioni d’interni e lavoro quasi esclusivamente con gallerie e spazi espositivi, esponendo le mie opere.

 

Essere artisti oggi è  una scelta coraggiosa.

Scelta che rende liberi di esprimersi e di comunicare senza filtri.

Quali sono i pro e quali sono i contro?

 

Si assolutamente e oltre che coraggiosa attualmente (considerando anche la pandemia) anche molto difficile).

A mio parere i il fatto di essere libera e non avere vincoli di orari, nè nessuno che mi impartisce ordini da eseguire è un un gran lato positivo.

Il rovescio  della medaglia però è che ci sono  periodi in cui sono molto sotto pressione, per esempio quando devo fare mostre o partecipare ad eventi fieristici non ci sono orari, spesso mi ritrovo a lavorare anche fino a tarda notte e non esistono giorni di festa, nè fine settimana.

Anche il fatto di fare ciò che mi piace mi appaga molto, il tasto dolente però è quello del guadagno, nell’arte infatti magari in un giorno si vende guadagnando ciò che in un lavoro normale si guadagnerebbe in un mese, poi però magari per mesi mese non si vende nulla, diciamo che si vive sempre alla giornata, nell’incertezza e nell’’instabilità. Penso però che chi ha questa predisposizione alla creatività e a creare sia comunque molto fortunato, abbia ricevuto un grande dono e a prescindere dai risultati che riuscirà a conseguire sarà comunque un privilegiato nella vita.

A tale proposito, mi viene in mente una frase di Francis Scott Fitzgerald: 

“Il fatto è che quando si è provato l’intensità dell’arte, nient’altro di ciò che può capitare nella vita, sembra oramai importante quanto il processo creativo”. 

 

Fin da subito mi hanno colpito i colori.

Le tue opere sono piene di colori.

E penso che ti rappresentino molto.

 

In realtà questi colori vivaci rappresentano l’ultimo periodo del mio percorso artistico, perché come ho precedentemente spiegato, all’inizio facevo opere molto diverse, quasi esclusivamente pittura e usavo molto i colori della terra, le sfumature di marrone e colori molto più caldi. L’avvicinamento alla scultura e al filone della Pop Art hanno poi favorito l’uso di colori molto più vivaci.

 

Resine, trompe l’oeil, installazioni ( installazioni non va bene. Metti tu quello quello che ritieni più corretto, serve un riferimento ai materiali che usi ).

Qual è la tecnica che preferisci?

 

Si, è vero.

Già altre volte, nel corso di simili interviste, mi è stato fatto notare questo mio spiccato eclettismo. Mi piace cambiare, sperimentare, sono quasi sempre in una continua ricerca, che è ciò mi consente di esprimere liberamente la mia personalità, le mie emozioni. Come molti artisti, ho iniziato dal figurativo (tanto che, su richiesta, eseguo ancora murali e trompe l’oeil), ma da molti anni ormai sono passata all’astratto (se pur sempre leggibile).

Negli ultimi anni prediligo la scultura alla pittura e mi sono avvicinata alla corrente artistica delle Pop-art.

Penso che l’arte figurativa mi vincoli eccessivamente con le sue rigide strutture tecniche (posso dire anche che la trovo noiosa) ed è per questo che amo sperimentare e cambiare, passando dal figurativo all’astrattismo materico e dalla pittura alla scultura, dal genere classico a quello più audace divertente e colorato del filone “Pop”.

Ma, anche se parliamo di tecniche e generi abbastanza differenti tra loro, voglio sottolineare che esiste sempre nelle mie opere una costante e un filo conduttore tra i diversi generi da me utilizzati, che è l’uso della materia.

Infatti, sia nella pittura, sia nella scultura, uso molti materiali, tra cui: lo stucco, la resina, le puntine da disegno e, a volte anche materiale organico (caramelle, cioccolatini, popcorn, marshmallows) che formano una texture in rilievo, che sono solita ricoprire quasi sempre con uno strato di finitura di resina.

 

Le nostre strade si sono incrociate per caso e complice un interesse comune per la psicologia abbiamo iniziato a chiaccherare per non smettere più.

Tu sei Conselour, che dal mio punto di vista è una sorta d’arte.

Come comunicano queste tue due parti?

 

La mia passione principale è l’arte.

Ma ho un certo trasporto ed interesse anche per la psicologia e trovo che ci sia una grande connessione tra l’una e l’altra.

Credo che il ruolo dell’artista sia un po’ come quello dell’innamorato/a e dello psicologo/a: se ti amo (e se ci tengo al tuo benessere), ti devo rendere consapevole delle cose che non riesci a vedere!

E l’artista spesso ha una spiccata sensibilità e riesce a vedere cose che gli altri non vedono e ad andare oltre.

È la fragilità dell’essere umano che m’interessa e per questo in passato nelle mie opere, ho utilizzato molto lo scotch industriale da imballaggio con la scritta fragile, per rendere più esplicito questo bisogno, metafora del mio stato d’animo, manifestato senza negare l’evidenza di una condizione tormentata.

Questo mio tormento  e l’interesse per le fragilità dell’essere umano mi hanno portato circa 15 anni fa ad intraprendere un percorso di crescita e autoconoscenza personale con approccio gestaltico.

Un percorso diverso dalla psicologia convenzionale, un misto di tecniche psicologiche  gestaltiche, creative (introduzione  del teatro e arte terapia) e spirituali con particolare attenzione alla meditazione) che aiuta a conoscere se stessi, in un modo personale e creativo.

Attraverso questo percorso ho imparato ad essere più umana e più vera e conseguentemente ad entrare in empatia con gli altri, poiché è aiutando l’altro che si aiuta se stessi.

 

Sei rappresentata da Gallerie d’Arte Internazionali: da Milano, a Roma a Los Angeles.

Attualmente dove possiamo ammirare le tue opere?

 

Attualmente collaboro con il  NHOW hotel di Milano, con la galleria SpazioCima di Roma e la bG Gallery di Los Angeles (dove spero di poter andare molto presto).

 

Cosa consigli a chi vorrebbe vivere di arte e iniziare un percorso artistico?

 

Per me fare arte e’ come respirare. Tante volte ho pensato di smettere e di fare un altro lavoro, perché è un percorso molto duro a volte anche frustrante.

Ma quando – al pari mio – si sviluppa questa passione, spesso  non si riesce a farne a meno, perciò consiglio di perseguire i propri sogni e le proprie ambizioni  anche facendo dei sacrifici e più lavori all’inizio (se non si riesce a vivere solo d’arte).

Resistere e non abbandonare la propria passione, perché io credo che solo facendo ciò che si ama si riesca ad avere una vita soddisfacente.

Bisogna quindi  armarsi di buona volontà, fiducia, essere tenaci e prepararsi a fare fatica, perché è un percorso molto lungo.

Ma d’altronde mi hanno anche insegnato che nella vita non esistono scorciatoie, nè  la possibilità di raggiungere obiettivi apprezzabili, senza aver fatto prima molta fatica!

 

 

 

 

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Norvegia – Una fine d’anno tra fiordi e magia!

    Giorni pieni di meraviglia. Giorni pieni di risate. Giorni pieni di gioia. Giorni pieni. ❄️ Nuove emozioni. Nuovi inizi. Il mio anno magico.     Se succede qualcosa…

 

 

Giorni pieni di meraviglia.
Giorni pieni di risate.
Giorni pieni di gioia.
Giorni pieni.
❄️
Nuove emozioni.
Nuovi inizi.
Il mio anno magico.

 

 

Se succede qualcosa di bello viaggia per festeggiare.
Se succede qualcosa di brutto viaggia per dimenticare.
Se non succede nulla viaggia e qualcosa succederà.

Sono partita esattamente con questo spirito qui ed è stata magica per davvero.

 

 

 

In Norvegia i mezzi di trasporto sono eccezionali.
Partenze in orario ed arrivi in anticipo.
Servizi a bordo organizzati in maniera impeccabile e sorrisi a profusione.
La storia che la gente del nord è musona è una leggenda metropolitana.
In pochi posti mi sono sentita così libera di uscire alle 7.00 vestita come un bambino la mattina di Natale: maglione con le renne, calze tirolesi e sorriso ebete stampato in faccia.
Sì, perché la libertà fa questo effetto.
Ti rende invincibile ma allo stesso tempo disocciato dalla realtà.
Mi chiedo spesso chi e cosa sia “giusto” e finalmente ho capito che l’importante è trovare il nostro giusto, il resto, poi, accade.
E accadono anche un sacco di cose magiche.
Bisogna solo continuare a crederci.
❄️
Direzione verso Il Sognefjord, il più lungo fiordo della Norvegia e il secondo al mondo dopo la Groenlandia.
Dormiremo in un posticino sulla punta estrema di Flåm: 500 anime e noi.
❄️
Un inizio anno che sa di neve scricchiolante sotto i piedi, silenzio assoluto e sogni.
Sì, proprio quei sogni che danno forma al mondo.

 

 

ᗷEᖇGEᑎ
🌟
Be your own kind of beautiful.
🌟
Che quest’anno ci porti serenità, amore e tante risate.
Che ci faccia brillare gli occhi di gioia e ci travolga con la sua bellezza!
Che ci veda forti e invincibili.
Che ci faccia godere delle piccole cose e, mai dimenticare, che ci dia mojiti a iosa e abbracci sinceri.
🌟
Passeggio per le strade deserte di questo paesino da favola, accarezzata dal vento e avvolta dalla magia.
🌟

 

ᖴᒪᗩᗰᔕᗷᗩᑎᗩ
🚂
La Flåmsbana è una ferrovia norvegese che collega la linea principale Oslo-Bergen, nella stazione di Myrdal, con la cittadina di Flåm sull’insenatura di Aurland del Sognefjord.
🚂
Ambientazione da Orient Express.
Carrozze anni 40 perfettamente conservate, il profumo del legno lucido e lo scricchiolìo sotto i piedi.
Ma è la scenografia che incanta.
🚂
Il buio in partenza la mattina presto e la neve tutto intorno.
Le cascate ghiacciate.
Il silenzio.
La magia.
La natura che si racconta ed io che, in silenzio, ringrazio la vita per avermi donato questa meraviglia.

 

 

 

Le parole dell’anno scorso appartengono al linguaggio dell’anno scorso e le parole dell’anno a venire attendono un’altra voce.
🌟

T.S. Elliot 
🌟
Ho sempre detestato i buoni propositi.
Che mentre sono impegnata a vivere non riesco a starci dietro.
Ho mollato tutto e ho portato solo la parte migliore di me, quella che ancora crede a Babbo Natale e agli incontri che ti cambiano la vita.
Quella che si guarda dentro senza smettere mai di puntare oltre.
Quella che per i più è una vacanziera incallita quando, invece, il mio tutto sta nel viaggio.
Fisico, di testa e di cuore.
Ho scelto di passare questo ultimo giorno dell’anno viaggiando tra i fiordi norvegesi perché ho scelto di ascoltarmi.
Dovremmo ricordarci che meritiamo ciò che desideriamo.
Dovremmo ricordarci di spingerci ogni volta un po’ oltre alla nostra comfort zone.
Dovremmo ricordarci di brillare, sempre.
🌟
Auguri a me perché il mio cuore possa continuare a battere così, senza fare previsioni e senza pianificare ma con l’adrenalina sempre pronta a fare capolino.
Auguri a voi perché abbiate il coraggio di essere ciò che avete sempre sognato 🌟

 

 

 

 

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Candelabro dell’Avvento – la luce che riscalda finestre e cuori

    C’è questa tradizione lassù al nord che mi ha fatto innamorare. C’è questo bisogno di luce ad illuminare tutta l’area che circonda la casa, anche se vuota. C’è…

 

 

C’è questa tradizione lassù al nord che mi ha fatto innamorare.

C’è questo bisogno di luce ad illuminare tutta l’area che circonda la casa,

anche se vuota.

C’è questo bisogno di calore che, in fondo,

abbiamo un po’ tutti.

C’è il profumo della cera che si scioglie

e che per me è sempre e solo vaniglia.

È la magia che avvolge soffice come una stola di cashmere,

travolgente come una valanga di neve,

luminosa come questo istante qui.

 

 

 

In Svezia,

le finestre delle case vengono decorate con le stelle dell’avvento 

– richiamo diretto alla stella di Betlemme –

e con candelabri a sette candele a formare una piramide,

ed accesi al calar della sera.

 

Ogni finestra ha la sua lampada che deve rimanere accesa

anche nel caso in cui la stanza sia vuota.

La tradizione è legata ai lunghi mesi di buio

ed alla necessità di illuminare l’area che circonda l’abitazione.

Fino a qualche decennio fa,

le fönsterlampor venivano riposte in cantina

durante il periodo estivo.

Adesso non è più così e rimangano ad illuminare le finestre per tutto l’anno.

 

 

 

 

 Nel bagaglio di emozioni che ho portato a casa con me dai miei tanti viaggi al Nord,

ho inserito anche un paio di candelabri affinché,

nei momenti di buio,

io mi ricordi sempre di brillare!

 

 

 

 

Racconti di tradizioni nordiche 

Questa tradizione arrivò in Svezia intorno alla fine dell’800 dalla Germania dove a Kaiserwerth una associazione umanitaria aveva addobbato un “Albero dell’avvento”.
L’albero aveva 28 candele ed ogni domenica di avvento venivano accese sette candele (una per ogni giorno della settimana).
Nacque così il candelabro a quattro bracci in cui si accende una candela per ogni domenica di avvento.

In Svezia questa usanza prese piede intorno agli anni ’20-’30  ed oggi ci sono candelabri di fogge molto diverse tra loro.

Il primissimo candelabro elettrico fu costruito a Göteberg dall’appena 25enne Oscar Andersson nel 1934. Oscar lavorava come magazziniere alla Philip che cinque anni prima aveva lanciato sul mercato la prima illuminazione elettrica per l’albero di Natale.
Andava a 120 volt, il voltaggio comune a Göteborg ed in altre città, ma in campagna e nei paesi lo standard era 220 volt e di conseguenza gli attacchi delle lampadine si scioglievano e le lampadine si bruciavano.

Tra gli incarichi di Oscar Anderssons c’era anche quello di fare il controllo su queste illuminazioni e di buttarle via.

Ma molte lampadine della fila erano ancora integre e, considerandolo un inutile sperpero, con il consenso del capo magazziniere se ne portò alcune a casa per mettere in pratica la sua idea.

Pieno di desiderio di sperimentare realizzò illuminazioni elettriche di vario tipo per il Natale fino a che gli venne la brillante idea di realizzare un candelabro elettrico.

In un vicino grande magazzino comprò un candelabro arcuato a 7 bracci in legno decorato, fece dei fori dove dovevano essere messe le candele e passò il filo elettrico con le luci recuperate da quelle per gli alberi.

Nella parte sottostante fece uno scasso per nascondere i fili.

Posizionò il candelabro sul davanzale della sua finestra a Karl Gustavsgatan il primo avvento del 1934.
La luce del suo candelabro non si spegneva mai e questo creò molto interesse in coloro che passavano e così dopo molte insistenze da parte di colleghi di lavoro e amici mostrò la sua realizzazione al responsabile delle vendite della Philips.

Il quale fu subito tanto entusiasta della realizzazione che gli chiese di realizzare un altro prototipo per portarlo nella sede della ditta principale a Stoccolma.

Qui all’inizio non presero sul serio il progetto ma alla fine decisero di metterne in vendita 2000 esemplari in prova che vennero lanciati sul mercato nel 1939 e pubblicizzati sul catalogo Philips come candelabri sicuri contro gli incendi.

Andarono letteralmente a ruba!
Durante la guerra la produzione venne sospesa ma riprese massivamente poi nel 1946 per arrivare fino ai giorni nostri.

 

 

 

Il testo relativo alla tradizione è stato raccolto sul web, grazie alla bellissima pagina del Diario Nordico.

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La Sindrome del Natale

    La stranezza sta nel fatto che io che amo così tanto questo periodo dell’anno, che addobbo già ad Halloween, che le canzoni di Natale come mantra sempre, mi…

 

 

La stranezza sta nel fatto che io che amo così tanto questo periodo dell’anno,

che addobbo già ad Halloween,

che le canzoni di Natale come mantra sempre,

mi sia imbattuta in questo articolo ( serissimo )

nell’ultima domenica di Avvento.

 

L’esistenza della Sindrome del Natale

è stata accertata dall’Eurodap

(Associazione Europea Disturbo da Attacchi di Panico).

Associazione la cui finalità principale

è promuovere la sensibilizzazione dell’opinione pubblica in relazione

al Disturbo da Attacchi di Panico (DAP)

e alle varie patologie psicologiche attraverso attività di monitoraggio,

prevenzione e cura.

 

Sindrome stagionale che colpisce moltissime persone nel mondo

e che si sviluppa in maniera più o meno intensa,

aggravando una pre-esistente forma di depressione.

Tra le cause anche il cambio dell’ora:

la riduzione delle ore di luce influisce

su alcuni dei meccanismi legati alla produzione di serotonina,

l’ormone del buonumore.

Si pensa incidano anche fattori come il cambiamento

dell’alimentazione con cene e pranzi senza fine,

partecipazione obbligate ad eventi con amici e familiari,

necessità di acquistare regali a persone che si frequentano poco o nulla

ma che “non sta bene non ricambiare”.

Nelle forme più intense con situazioni di tensioni famigliari,

ricordi dolorosi,

ansia da prestazione,

l’euforia che caratterizza il periodo natalizio

si scontra con lo stato d’animo di chi ha subito in questo

o anche in un altro periodo dell’anno qualche tipo di trauma

che lo porta ad una un’avversione indifferenziata

verso le feste e chi le celebra.

 

 La soluzione pare semplicissima:

aprirsi agli altri,

condividere le proprie titubanze con le persone care,

accettare sé stessi e i propri limiti.

Detto così sembra una passeggiata di salute ai mercatini di Natale.

In realtà chi prova queste sensazioni spesso si sente un giocoliere

con le palline che scivolano dalle mani.

Un acrobata senza equilibrio, un artista senza creatività.

 

Aprire la porta all’accettazione,

farla entrare in casa, sedercisi insieme per conoscersi meglio

è quanto di più difficile si possa immaginare.

Certo è che la paura,

di qualsiasi tipo sia,

se addobbata e illuminata

non può che assumere sembianze più belle.

Probabilmente non ce ne se libererà mai del tutto

ma non sarà più così disturbante.

 

 

Info raccolte su Informareonline

 

 

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Weekend in Valdobbiadene – di vigne e di Prosecco!

  Parliamo della meraviglia di un weekend in Valdobbiadene ” A me piacciono gli anfratti bui delle osterie dormienti, dove la gente culmina nell’eccesso del canto, a me piacciono le…

 

Parliamo della meraviglia di un weekend

in Valdobbiadene

” A me piacciono gli anfratti bui delle osterie dormienti,

dove la gente culmina nell’eccesso del canto,

a me piacciono le cose bestemmiate e leggere,

e i calici di vino profondi, dove la mente esulta,

livello di magico pensiero ” 🌟 

🌟Avevo bisogno di un posto così.

È stata una settimana impegnativa

ma è stata anche una settimana di grandi successi.

Non è solo il raggiungere un obiettivo ma è, soprattutto,

superare i propri limiti.

E’ questo che intendo quando dico che, ogni tanto,

c’è bisogno di trovare il tempo per assaporare,

per stare con se stessi, per vivere lentamente,

per scoprire le nostre mille sfaccettature,

per rivivere e fermare la bellezza che i nostri occhi

hanno ammirato in giro per il mondo.

🍂 

Sono stati giorni produttivi quelli passati.

Giorni di grande lavoro ma anche di grandi soddisfazioni.

Giorni d’autunno,

in cui ci si spoglia del vecchio per lasciare spazio al nuovo.

Giorni caldi di quel calore che arriva dal cuore e, probabilmente,

anche da qualche Prosecco di troppo ma si sa,

di bollicine non ce n’è mai abbastanza.

🍂

Ho deciso di regalarmi la lentezza.

Fatta di colori autunnali, foglie crepitanti 

e distese di vigne a perdita d’occhio.

Ho scelto di esplorare luoghi e sapori.

Ma soprattutto, per una volta, ho scelto me.

🍂

Abituiamoci a sceglierci.

Impariamo ad assecondarci.

Cerchiamo di amarci.

Dopo vecchie osterie,

cantine sotterranee e ville palladiane,

davanti ad un camino acceso, brindo a me!

 

 

A pranzo alla Trattoria Alla Cima non potete mancare:

locale ricavato da un vecchio cascinale in una tenuta di frutteti e vigneti.

Si degustano la semplicità e la classicità del territorio, 

rivisitate in chiave moderna.

Vista spettacolare su vigne e campi che da sola vale la visita.

Visitate Villa Sandi

e le sue cantine.

Una villa palladiana meravigliosamente ristrutturata

con un percorso sotterraneo fatto di cunicoli risalenti alla prima guerra mondiale,

ora adibiti a cantine, piene di bottiglie e di nettare degli dei.

Prenotate la visita guidata con anticipo perchè è richiestissima.

Abbiamo alloggiato alla Locanda Sandi

all’interno della Tenuta Villa Sandi di Valdobbiadene,

nell’area DOCG del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene,

che è un luogo magico.

Un misto tra una baita e una casa delle bambole.

Sedie a dondolo, candele e caminetto acceso.

Abbiamo cenato lì due sere e degustato uno dei Sauvignon

più buoni: il Tardo!

Risultato: macchina piena di casse ed il tintinnare delle bottiglie

che ci ha accompagnato fino a casa.

Andateci e vi conquisterà!

 

Un capitolo a parte lo merita l’

Osteria Senza Oste

🍷 

Con equilibrio preleva e consulta liberamente i prodotti esposti

e con rispetto riconoscine il valore.

🍷 

Nel cuore di Valdobbiadene, tra distese di vigne,

stradine che si inerpicano sulla collina e distributori automatici lungo la via,

solitaria e maestosa,

si erge l’Osteria senza Oste.

Tavolate di legno rivolte al sole, vigne tutto intorno,

un casino all’interno e la meraviglia nel cuore.

🍷

Formaggi, salumi, uova sode, carne e castagne.

Mangi e bevi quanto vuoi e paghi in coscienza.

🍷

Penso alla bellezza di ancora riesce a credere.

Di chi ama così tanto un luogo da renderlo accogliente

come fosse casa ma allo stesso tempo lo lascia nelle mani di estranei

che potrebbero rovinarlo ma che, finora, l’hanno trattato come fosse cosa loro.

Ecco dove sta la meraviglia: nel fidarsi ancorai nonostante tutto.

Che in un bicchiere di vino ci sta più saggezza

che in un libro di filosofia.

🍷

Se siete in zona passateci, ne vale la pena!

Se siete in zona e siete fortunati potete parcheggiare tra i vigneti 🍇 

e da Valdobbiadene

a Un’Ottima Annata è un attimo eh!

 

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Lo Schiaccianoci

      Lo Schiaccianoci, la statuina a forma di soldatino. Uno degli elementi decorativi più popolari della tradizione natalizia. In Germania questo personaggio è una sorta di portafortuna, capace…

 

 

 

Lo Schiaccianoci,

la statuina a forma di soldatino.

Uno degli elementi decorativi più popolari della tradizione natalizia.

In Germania questo personaggio è una sorta di portafortuna,

capace di spaventare e allontanare gli spiriti malevoli.

Simbolo di forza e potere,

esposto in casa assume il ruolo di guardiano e protettore.

Un tempo tutti gli Schiaccianoci decorativi erano anche funzionali,

venivano utilizzati per rompere il guscio delle noci.

Oggi sono principalmente decorativi.

Si dice siano nato intorno al 1600 in Germania.

Una leggenda attribuisce la creazione del primo Schiaccianoci

ad un artigiano tedesco del Seiffen.

Intorno al 1900 si diffuse anche i altri paesi europei,

tanto da dare il via alla produzione industriale.

Friedrich Wilhelm Füchtner è conosciuto in Germania come

“il padre dello schiaccianoci”,

ovvero il primo ad inaugurarne la produzione in scala di massa utilizzando un tornio.

La diffusione dello schiaccianoci oltre i confini europei

avvenne subito dopo la seconda guerra mondiale.

Quando i soldati americani ritornarono a casa negli USA, infatti,

portarono con sé queste statuine di legno come souvenir.

Il personaggio divenne ancora più conosciuto grazie al balletto

con le musiche di Pëtr Il’ič Čajkovskij,

ispirato dal racconto Schiaccianoci

e il re dei topi di E. T. A. Hoffmann ( 1815 )

nella versione di Alexandre Dumas padre, 

Storia di uno schiaccianoci ( 1845 ).

 

 

La favola di Alexandre Dumas ( padre )

 

Il libro è suddiviso in 14 brevi capitoli

e la storia inizia proprio la sera della vigilia di Natale,

con i due piccoli personaggi, Maria e Fritz,

che aspettano con ansia i regali di Natale,

mentre si intrattengono con il loro padrino,

il dottor Drosselmeier.

Tra i vari doni c’è anche uno Schiaccianoci e il padrino lo affida a Maria,

che se ne dovrà prendere cura.

Da questo momento in poi, la storia si tinge di magia:

nel bel mezzo della notte,

il re dei topi appare improvvisamente alla guida di un esercito di roditori;

lo Schiaccianoci prende vita e li affronta in battaglia.

Durante la lotta, Maria si fa male ad un gomito,

e così è costretta a rimanere a letto per qualche giorno.

Approfittando di questa occasione,

il Padrino Drosselmeier le racconta la fiaba della principessa Pirlipat

e di Frau Mauserinks.

Dopo aver ascoltato la fiaba,

Maria capisce che il padrino è l’orologiaio Drosselmeier

e lo Schiaccianoci è il nipote trasformato.

Dopo aver ucciso il Re dei topi,

Maria segue il soldatino nel Regno delle bambole,

un paese fatto di dolci e giocattoli.

Qui visita Castel Confetto e Castel Marzapane,

dove lo Schiaccianoci le chiederà di sposarlo.

Come abbiamo visto,

anche nella favola di Dumas lo Schiaccianoci

è simbolo di coraggio,

forza e protezione.

 

 

 

 

 

Testo raccolto nel web.

 

 

 

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