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Osteopatia. Intervista alla Dott.ssa Silvia Gitto

  An osteopath is only a human engineer, who should understand all the laws governing his engine and thereby master disease. Andrew Taylor Still, fondatore dell’osteopatia      Prima di…

 

An osteopath is only a human engineer, who should understand all the laws governing his engine and thereby master disease.

Andrew Taylor Still, fondatore dell’osteopatia 

 

 

Prima di diventare un’ addicted dell’osteopatia pensavo fosse una pratica new age,

quasi magica,

di quelle che si attuano con musica di sottofondo,

nuvole di incenso che avvolgono come la nebbia della Padania,

frasi modello rituale da ripetere ad libitum.

Ebbene, niente di tutto ciò.

Ho avuto la fortuna di inciampare nella Dott.ssa Silvia Gitto per caso,

tramite un’amica comune,

e da quel giorno non l’ho lasciata più.

Ma soprattutto ho provato,

apprezzato e finalmente capito l’importanza dell’osteopatia per l’equilibrio tra il corpo,

la mente e lo spirito.

Alle domande ricorrenti di amici, parenti, conoscenti, clienti, curiosi in genere

riguardo al mio nuovo amore per l’osteopatia

rispondo sempre in maniera vaga,

poco incisiva,

a tratti nebulosa ( come l’incenso di cui sopra! )

quindi ho deciso di raccoglierle tutte e girarle direttamente a lei.

Questa intervista è nata tra un trattamento e l’altro,

in mezzo ad un lockdown che cambia colore come una doccia di cromoterapia,

grazie alle vostre domande precise e alle mie risposte monche.

Se poi vi appassionate e vi volete far trattare

o se venite travolti da dubbi e perplessità,

potete contattarla direttamente e scambiare quattro chiacchere con lei.

 

La trovate qui:

 

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Instagram

 

 

 

 

 

Silvia, finalmente ci siamo! Iniziamo in maniera soft: raccontaci di te. 

Sono Silvia Gitto, Osteopata, Chinesiologa e Insegnante di scienze motorie e sportive!

Il mio primo amore è sicuramente lo sport! Sono una pallavolista, ormai ex, ma sportivi si rimane anche quando ci si allontana dai campi di gioco. L’amore per lo sport mi ha portata ad iscrivermi alla facoltà di Scienze motorie. Dopo la laurea triennale ho deciso di completare il mio percorso di studi specializzandomi in Scienze e tecniche delle attività motorie preventive e adattate. Questo, ad oggi, mi ha permesso di poter insegnare Scienze motorie, lavoro che amo molto perché credo che dal punto di vista educativo lo sport aiuti molto nella crescita, nell’educazione e nella formazione di un ragazzo.

Contemporaneamente all’amore per lo sport, cresceva in me la passione per il corpo umano, in ogni sua parte. Durante le mie esperienze sportive conobbi l’Osteopatia e compresi subito che tutto ciò che avrei voluto essere era racchiuso in questa professione.

Il concetto di salute negli anni è sicuramente cambiato: non si fa più riferimento all’ assenza di malattia ma di benessere psicofisico e sociale. Per questo motivo anche il mio approccio alla salute ha subito un cambiamento e, nella speranza di imparare ad aiutare qualcuno, mi sono iscritta al corso di Osteopatia.

 

Io dichiaro subito la mia ignoranza in materia di Osteopatia. Sono entrata in contatto con te grazie ad un’amica comune che mi ha raccontato cose meravigliose della pratica e dei suoi benefici perciò parliamone un po’. Quando, dove, perché nasce? 

L’Osteopatia nasce negli Stati Uniti alla fine dell’800 grazie ad A.T. Still. Arrivò poi in Europa, in Gran Bretagna, grazie a Littlejohn. Still, padre dell’osteopatia, fu tra i primi a capire le relazioni fra l’equilibrio funzionale delle strutture corporee e la salute.

Egli comprese che l’equilibrio proprio della salute passa attraverso l’equilibrio della struttura osteoarticolare, in relazione all’armonia del sistema nervoso, muscolare e circolatorio. 

“Non ritengo esser l’autore di questa scienza, nessuna mano umana ne ha disposto le sue leggi; non chiedo onore più grande che averla scoperta”¹, anche perché “i principi meccanici su cui l’Osteopatia si basa sono vecchi quanto l’universo.” “Non cito autori ma il Dio e l’esperienza.”

Cito queste frasi di Still proprio per far comprendere come l’osteopatia divenne per lui e per i suoi seguaci un simbolo di riforma medica, di una scienza che avrebbe spostato l’attenzione della medicina tradizionale sul “lavoro perfetto del Creatore”, in quanto essa agiva in favore dei meccanismi naturali del corpo, facilitandone le funzioni normali e riparatrici, e non contro di loro, come invece sembrava facessero alcuni farmaci utilizzati in quel periodo.

 

Perché hai scelto di diventare Osteopata?

Durante la mia carriera sportiva ho subito diversi infortuni, tra questi il più importante è stato un infortunio alla schiena che mi ha tenuta lontana dai campi di gioco per più di un anno.  A soli 16 anni mi sono ritrovata a dover sentire frasi come “non potrai più giocare”, “è ora di appendere le scarpe al chiodo”. Avevo visto veramente tante figure appartenenti alla medicina tradizionale (ortopedici, fisiatri, fisioterapisti). Finchè non incontrai Lui, un Osteopata, il quale mi rassicurò dicendomi di avere pazienza. Dopo un anno tornai in campo e continuai a giocare per altri 10 anni. Lì ho capito che aiutare qualcuno a riequilibrare il proprio organismo per ritrovare lo stato di salute ottimale sarebbe stato il mio sogno.

 

Questa è una domanda ricorrente, ne sono sicura, ma è la più gettonata: qual è la differenza tra il fisioterapista e l’Osteopata?

Bella domanda! Ti confermo che è la più gettonata! Premetto di non essere una fisioterapista e spero che nessuno, appartenente alla categoria, si offenda.

Il fisioterapista spesso interviene per curare la sintomatologia conseguente ad un trauma, un intervento chirurgico con lo scopo di riabilitare e ripristinare una funzione alterata della zona colpita utilizzando manipolazioni ma anche apparecchiature elettromedicali utili al percorso riabilitativo del paziente.

L’osteopata, invece, non si sofferma esclusivamente alla zona che presenta il sintomo, al dolore singolo e locale, ma considera il corpo del paziente nella sua globalità, analizzando i vari sistemi che possono perturbare l’omeostasi del paziente cercando, attraverso l’uso esclusivo delle mani, di ripristinare la mobilità delle zone valutate favorendo i processi di autoguarigione e autoregolazione del corpo.

Sono due professioni diverse ma complementari pertanto credo in molti casi risulta vantaggiosa una collaborazione tra le due figure con l’unico scopo di aiutare il paziente a ritrovare, nel minor tempo possibile, il suo stato di benessere fisico e mentale.

 

Qual è il percorso da seguire per diventare Osteopata?

In Italia l’Osteopatia è riconosciuta come professione sanitaria da Dicembre 2017, purtroppo però non è ancora stato stabilito l’iter universitario da seguire per diventare osteopata. Al momento esistono le scuole di alta formazione in Osteopatia, appartenenti all’AISO, ed io ho frequentato una scuola di 6 anni, diplomandomi Dottore in Osteopatia (D.O.) all’Osteopathic College di Trieste. Adesso il percorso di studi è ridotto a 5 anni in attesa dell’ultimazione della regolamentazione e quindi la nascita del Corso di Laurea in Osteopatia.

 

Si possono trattare le donne in gravidanza ed i bambini?

Assolutamente sì! Per quanto riguarda la donna in gravidanza è importantissimo trattarla per riequilibrare il corpo in vista del parto. Il periodo più delicato è sicuramente il primo trimestre durante il quale avviene l’attecchimento. È possibile effettuare trattamenti osteopatici cercando di non mobilizzare troppo le strutture che possono disturbare questo delicato processo. Nel secondo e terzo trimestre l’osteopatia è un valido alleato per aiutare i disturbi che possono insorgere durante la gravidanza come ad esempio nausee, reflusso, difficoltà digestive, stitichezza, mal di testa, lombalgie e pubalgie (derivate spesso da tensioni uterine).

Nella fase preparto è fondamentale verificare la mobilità della regione pelvica quindi il bacino, i legamenti uterini, riequilibrare i diaframmi del corpo (toracico, cranico e pelvico) fondamentali per la fase di spinta durante le contrazioni.

È molto importante trattare la neomamma anche nel post-partum perché il corpo subisce un rapido cambiamento aiutando la donna a recuperare più velocemente le normali funzioni del corpo.

Anche per quanto riguarda i bambini, l’osteopatia è molto efficace ma se si vuole agire sulla prevenzione bisogna trattare il neonato, pochi giorni dopo la nascita. L’osteopata ricerca, attraverso l’uso esclusivo delle mani, delle restrizioni di mobilità (disfunzioni osteopatiche) che potrebbero influire sullo sviluppo futuro del bambino. Per il bambino si può ricorrere all’osteopatia in presenza di colichette, reflusso, rigurgito, insonnia, difficoltà di suzione, irrequietezza, asimmetrie cranio-facciali, otiti o infezioni respiratorie frequenti.

 

Raccontaci come si svolge una seduta? Quali patologie/problemi può curare e con che frequenza vengono eseguiti i trattamenti?

La seduta osteopatica è caratterizzata da 3 fasi, una prima fase anamnestica in cui si raccolgono le informazioni relative alla storia del paziente indagando sia eventi prossimi che remoti utili alla valutazione globale del paziente. Successivamente viene effettuata una valutazione osteopatica mediante dei test per comprendere la natura della restrizione di mobilità che può provocare dolore nel paziente; si elabora un razionale di trattamento che non sempre correla la localizzazione del dolore alla zona trattata in quanto considerando l’organismo nella sua globalità si tiene conto, oltre al motivo di consulto, anche di tutte le altre sintomatologie riferite durante la raccolta delle informazioni. Infine la seduta si conclude con delle indicazioni finali inerenti al motivo di consulto e alle restrizioni di mobilità riscontrate durante la valutazione e il trattamento.

 

Con l’Osteopatia posso curare solo le tensioni muscolari o anche lo stress emotivo?

Le emozioni sicuramente condizionano l’organismo nella sua totalità. Infatti, a parte le tensioni muscolari, a livello viscerale è presente una relazione tra l’organo e un’emozione. Quindi anche la sintomatologia organica può essere intesa come un messaggio che il corpo ci manda oppure una stimolazione emozionale che continua a ricevere. Quindi può aiutare l’aspetto emotivo del paziente, se necessario anche in collaborazione con figure specializzate come psicoterapeuti.

 

Parliamo di emozioni. Dalla tua esperienza ritieni che l’equilibrio emozionale incida su quello posturale e, se ciò è vero, in che modo il trattenere le emozioni senza lasciarle fluire provoca problemi al corpo?

Secondo la mia esperienza come ho affermato precedentemente, le emozioni trattenute si insediano nel nostro organismo e, se non siamo in grado di gestirle e lasciarle fluire, a lungo andare il nostro corpo potrebbe lanciarci dei messaggi, dei campanelli d’allarme, che corrispondono a richieste di aiuto da parte dell’organismo. È quindi fondamentale ascoltare il proprio corpo e riconoscere se questo ci sta inviando dei messaggi.

 

L’osteopatia rappresenta un approccio nuovo e olistico alla salute dell’individuo nel suo complesso. Purtroppo però viene ancora da molti considerata una mera tecnica pratica per rimettere a posto un singolo problema fisico che si manifesta. Quanto ritieni importante nella tua professione considerare l’individuo in senso globale e quanto ciò ti aiuta ad ottenere risultati concreti e duraturi per il benessere del paziente?

L’osteopatia ha un approccio globale proprio nel rispetto del paziente. È questo che la differenzia da altri approcci. Per spiegarne l’importanza, ad esempio un dolore lombare potrebbe essere conseguenza di un colpo di frusta subito 10-20 anni prima e questo potrebbe aver provocato un blocco del sistema cranio sacrale. Pertanto risulta necessario valutare non solo il sistema strutturale, che potrebbe essere totalmente libero, ed agire invece sul riequilibrio cranio sacrale o in altri casi viscerale per correlazioni neurologiche. Quindi per me è fondamentale approcciare globalmente al paziente proprio per valutarne la totalità.

 

Spesso si cerca una professionista che opera nel tuo campo a seguito di un chiaro problema di salute fisica il più delle volte correlato a dolori del sistema osteomuscolare. E’ questa una modalità che condividi o ti sentiresti di suggerire sedute non finalizzate alla guarigione ma piuttosto alla “prevenzione”?

L’osteopatia è fondamentale dal punto di vista preventivo, però non sempre il paziente adotta questa modalità più che altro per una questione di tempo. Sicuramente riequilibrare l’organismo permette di evitare l’insorgenza di problematiche che poi possano sfociare in dolori acuti. Il sistema osteomuscolare, in osteopatia rientra all’interno del sistema strutturale, è solo uno dei 3 sistemi che costituiscono il nostro organismo e sui quali si basta l’osteopatia. Pertanto l’equilibrio del sistema strutturale, viscerale e cranio sacrale concorrono insieme al mantenimento dell’omeostasi corporea.

 

Quante volte al mese è bene che un paziente sia trattato da un osteopata? Dipende dalla situazione riscontrata o ci sono delle valutazioni generali che valgono per tutti al fine di garantire il mantenimento di un buon equilibrio del proprio corpo?

L’osteopatia è molto importante dal punto di vista preventivo, quindi valutare il paziente anche una volta ogni 1o2 mesi permette di evitare che le disfunzioni presenti possano cronicizzarsi e dare, a lungo andare, sintomatologie più importanti, alterando l’equilibrio del sistema. Nel caso in cui invece il paziente presenta già una sintomatologia è bene valutarne l’entità ed avere dei feedback dal paziente per comprendere come il suo organismo reagisce al trattamento. Ogni individuo è unico ed è per questo che non esiste un numero di sedute minimo per la risoluzione di una condizione di disagio per il paziente ma sicuramente è bene effettuare trattamenti con almeno 3 settimane di distanza per dare il tempo all’organismo di riadattarsi al nuovo equilibrio.

 

C’è una parte del corpo che ‘se curata’ può dare più sollievo tra corpo e mente?

Il diaframma è senz’altro una zona fondamentale del nostro organismo sia dal punto di vista mentale che fisico. Viene definito muscolo della serenità ed è per questo che, essendo una zona orizzontale del nostro organismo è sicuramente un punto di equilibrio osteopatico molto importante

 

Durante la prima visita, in genere, un osteopata si informa sulla storia clinica del paziente valutando traumi passati, interventi subiti, problemi di salute cronici. Perché queste informazioni sono così preziose per il vostro intervento sulla persona?

 

La storia clinica del paziente è fondamentale per comprendere al meglio le sue origini e la sua storia. Ad esempio alcuni traumi potrebbero aver condizionato l’omeostasi (equilibrio) dell’organismo provocando degli adattamenti anche a distanza e quindi sarà necessario individuare la causa principale che può, nel tempo, provocare adattamenti posturali o dolori riferiti. Quindi è fondamentale indagare sia i traumi recenti che quelli remoti per individuare la causa della problematica e cercare di rimuoverla, per consentire al proprio organismo di esprimere al meglio la propria funzione autoregolatrice e riparatrice.

 

 

 

 

 

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Insalata belga ( molto ) farcita!

    La strada per la dieta è lastricata di foglie di insalata. ( non questa insalata! ) .     Della suddetta insalata tanto amata da tutti, richiesta ad…

 

 

La strada per la dieta è lastricata di foglie di insalata.

( non questa insalata! ) .

 

 

Della suddetta insalata tanto amata da tutti,

richiesta ad OGNI cena chez moi dalla mia amica Donatella,

spacciatrice di alcool in cambio di assaggi di cibi etnici.

Questo piatto di etnico ha poco o nulla, di dietetico ancora meno

 ma è un passpartout e non delude mai.

Perciò ecco qui la ricetta ovvero l’insieme degli ingredienti da combinare insieme,

in quantità “quanto basta”, a seconda dei vostri gusti.

Potete anche aggiungere o togliere 

a patto che poi mi comunichiate il risultato 🙂

 

 

 

 

Ingredienti:

insalata belga

formaggio svizzero

noci

uva passa

scaglie di mandorle

semi di lino

olio extra vergine di oliva qb

sale qb

pepe qb

aceto balsamico qb

 

 

 

 

 

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Lenticchie in umido!

    Se volete fare soldi dovete mangiare lenticchie tutto l’anno. Solo quelle. Vedrete quanto si risparmia!   Svegliarsi in una città dove la parola ” gelicidio ” è uso…

 

 

Se volete fare soldi dovete mangiare lenticchie tutto l’anno.

Solo quelle.

Vedrete quanto si risparmia!

 

Svegliarsi in una città dove la parola ” gelicidio ” è uso comune.

Svegliarsi sotto la neve.

Svegliarsi pensando di dover andare dal dentista che,

causa bufera,

disdice l’appuntamento.

Svegliarsi con una voglia matta di lenticchie in umido.

Cercare una ricetta gustosa ma light che la dieta è sempre in agguato.

Avere tutti gli ingredienti a casa.

Chiamare a rapporto le amiche del cuore.

Fare uno shake delle varie ricette e partorire la propria.

Chest’è.

 

 

 

 

Ingredienti:

250 gr di lenticchie

50 gr di pancetta ( io preferisco lo speck! )

1 cipolla

1 costa di sedano

1 carota grande

un paio di foglie di salvia

400 gr di polpa di pomodoro

olio extra vergine di oliva qb

sale qb

pepe qb

 

 

 

 

Procedimento:

 

 

Mettere le lenticchie a bagno in acqua fredda per un paio d’ore.

Successivamente eliminare quelle che sono salite a galla e lessarle per 1 ora circa.

Nel frattempo tagliare le verdure e la cipolla

( io preferisco i pezzi grossolani che rimangono interi ).

Soffriggere la pancetta o lo speck,

aggiungere le verdure

ed infine la passata di pomodoro.

Salare e pepare. 

Cuocere per ca 15 minuti o finchè il soffritto non diventa sufficientemente denso.

Dopo aver scolato le lenticchie,

aggiugerle al soffritto e mescolare a fuoco lento per una decina di minuti.

Io adoro mangiarle con il cucchiaio, a temperatura ambiente,

con una grattatina di Parmigiano – ma questo deve rimanere tra di noi 🙂 

 

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Doppio Malto – Un posto felice!

    Era un uomo saggio chi ha inventato la birra. Platone     Il 4 luglio 2020, presso il Centro Commerciale ” Il Giulia ” di Trieste, dove nell’800…

 

 

Era un uomo saggio chi ha inventato la birra.

Platone

 

 

Il 4 luglio 2020, presso il Centro Commerciale ” Il Giulia ” di Trieste, dove nell’800 sorgeva la fabbrica della Dreher, ha inaugurato Doppio Malto: birrificio artigianale, ristorante, spazio culturale, ma soprattutto #unpostofelice.

Da Doppio Malto si può mangiare, sia a pranzo che a cena.

Il menù è ampissimo: dalle pizze al tegamino ai burger di carne fresca, alla carne alla brace, ai dolci fatti in casa.

Ma soprattutto una fantastica birra artigianale.

Ogni birra Doppio Malto è prodotta nei due birrifici di proprietà: quello storico di Erba ( Co ) e quello nuovo di Iglesias, in Sardegna.

18 etichette che negli anni hanno ottenuto oltre 100 riconoscimenti internazionali.

In frigo ne ho 12, tutte diverse.

Che la Ipa sia tra le mie preferite già lo sapete ma stavolta ho deciso di partire dalla Bitter Land Dorata per poi proseguire con le altre, in rigoroso ordine sparso.

Non potendo essere presente all’inaugurazione, i fantastici ragazzi di Doppio Malto mi hanno fatto recapitare a casa le loro birre, io ho ordinato la cena su Just Eat – che la domenica è un must – e mi sono immediatamente immersa nella brewery.

Li trovate un po’ dappertutto in Italia, da Asti a Bologna perciò non avete scuse, dovete proprio andarci.

E se per convincervi avete bisogno di ulteriori info, cliccate qui:

 

Doppio Malto

 

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Una Storia Straordinaria – Intervista a Diego Galdino

    Avevo sempre sognato, da grande, di fare l’aggettivo. Federico Fellini   Che io sia una lettrice accanita è cosa nota. Che fare domande sia una delle mie passioni…

 

 

Avevo sempre sognato, da grande, di fare l’aggettivo.

Federico Fellini

 

Che io sia una lettrice accanita è cosa nota.

Che fare domande sia una delle mie passioni è altrettanto noto.

Che chiaccherare con l’autore mi piaccia tanto quanto

( forse anche di più )

leggere lo sapete tutti ormai.

 

Ed eccoci qui a parlare di ” Una Storia Straordinaria “ con Diego Galdino.

Una storia d’amore e di dolore, di cadute e di risalite, di forza e di rinascita.

E si sa che, quando si parla di rinascita, vengo colpita e affondata che,

nonostante sia l’ultima dei non romantici,

alle rinascite ho dovuto piegarmi.

Quando succede,

del tutto inaspettatamente,

tocca accettare di non essere immuni

ma soprattutto certe cose non sono spiegabili.

Possiamo interpellare la chimica, la magia, il destino, il fato.

Certo è che sono le emozioni a muovere il mondo.

Emozioni che si provano, anche, leggendo un libro.

 

 

Diego Galdino vive a Roma, autore, non solo di romanzi, ma anche dei più fantasiosi caffè della capitale.

Definito da Il Messaggero il Cindarella Man della letteratura, è tradotto in molti paesi europei e del suo romanzo d’esordio ” Il Primo Caffè del Mattino ” sono stati venduti i diritti cinematografici in Germania.

 

 

 

 

 

Sono abituata ad iniziare con le domande inerenti al libro e a finire parlando della storia dell’autore ma con te vorrei fare il contrario perchè ho riscontrato delle similitudini nel nostro percorso – cosa che raramente mi accade ma di cui spesso mi viene chiesto – perciò colgo la palla al balzo per dare libero sfogo alle domande.

Dall’attività commerciale di famiglia alla scrittura il passo non è breve.

Cosa ti ha portato a scrivere?

 

Sicuramente l’amore, la voglia di raccontare la mia storia d’amore, una storia d’amore finita male, anzi forse mai iniziata, se non nel mio cuore e nella mia testa. Ho usato la scrittura come un confidente, come se dicessi senza filtri, senza paura quello che sentivo prorompere dal mio io più profondo, seguendo alla lettera nel vero senso della parola il principio del movimento romantico per eccellenza…Sturm und drang, tempesta e impeto…

 

 

 

Ho letto del tuo viaggio di un giorno partendo da Roma passando attraverso la Cornovaglia per arrivare a Penzance, una delle ultime cittadine d’Inghilterra, fino alle scogliere di Land’s End e mi sono commossa.

Un po’ perché sono una viaggiatrice seriale ma soprattutto per il motivo che ti ho portato fino a lì.

Mi piacerebbe che tu ce lo raccontassi, perché sono convinta che tutti abbiamo bisogno di ricordarci che sono le emozioni ed i sentimenti a muovere il mondo ( o a farci muovere nel mondo! ).

 

 

Ho iniziato a scrivere molto tardi, ma poi non ho più smesso. Per me la prima storia che ho scritto resta indimenticabile perché è nata in un modo particolare e per merito di una ragazza a cui sono stato molto legato…Un bel giorno mi mise in mano un libro e mi disse: «Tieni, questo è il mio romanzo preferito, lo so, forse è un genere che piace più alle donne, ma sono certa che lo apprezzerai, conoscendo il tuo animo sensibile». Il titolo del romanzo era Ritorno a casa di Rosamunde Pilcher, e la ragazza aveva pienamente ragione: quel libro mi conquistò a tal punto che nelle settimane a seguire lessi l’opera omnia dell’autrice. Il mio preferito era I cercatori di conchiglie. Scoprii che il sogno più grande di questa ragazza di cui ero perdutamente innamorato era quello di vedere di persona i posti meravigliosi in cui la Pilcher ambientava le sue storie, ma questo non era possibile perché un grave problema fisico le impediva gli spostamenti lunghi. Così, senza pensarci due volte, le proposi: «Andrò io per te, e i miei occhi saranno i tuoi. Farò un sacco di foto e poi te le farò vedere». Qualche giorno più tardi partii alla volta di Londra, con la benedizione della famiglia e la promessa di una camicia di forza al mio ritorno. Fu il viaggio più folle della mia vita e ancora oggi, quando ci ripenso, stento a credere di averlo fatto davvero. Due ore di aereo, sei ore di treno attraverso la Cornovaglia, un’ora di corriera per raggiungere Penzance, una delle ultime cittadine d’Inghilterra, e le mitiche scogliere di Land’s End. Decine di foto al mare, al cielo, alle verdi scogliere, al muschio sulle rocce, al vento, al tramonto, per poi all’alba del giorno dopo riprendere il treno e fare il viaggio a ritroso insieme ai pendolari di tutti i santi d’Inghilterra che andavano a lavorare a Londra. Un giorno soltanto, ma uno di quei giorni che ti cambiano la vita. Tornato a Roma, lasciai come promesso i miei occhi, i miei ricordi, le mie emozioni a quella ragazza e forse le avrei lasciato anche il mio cuore, se lei non si fosse trasferita con la famiglia in un’altra città a causa dei suoi problemi di salute. Non c’incontrammo mai più, ma era lei che mi aveva ispirato quel viaggio e in fin dei conti tutto ciò che letterariamente mi è successo in seguito si può ricondurre alla scintilla che lei aveva acceso in me, la voglia di scrivere una storia d’amore che a differenza della nostra finisse bene e poi non ho più smesso fino ad arrivare a Il primo caffè del mattino…

 

 

Il tuo primo romanzo ” Il primo caffè del mattino ” è del 2013 ( non l’ho ancora letto ma da oggi è nella mia lista ) ed è stato definito un caso letterario.

Da lì non ti sei più fermato.

Oggi ti pubblicano in Germania, Austria, Svizzera, Polonia, Bulgaria, Serbia, Spagna e Sudamerica.

Come nasce un tuo romanzo?

Hai uno scrittore di riferimento?

 

I miei romanzi nascono tutti alla stessa maniera. Il filo conduttore della storia è un gomitolo con cui giocano la mia fantasia ed il mio cuore quasi fossero le zampe di un gatto che lo spingono in avanti correndogli poi dietro… Questo gomitolo parte e l’intreccio narrativo si dipana nella mia testa, senza fermarsi mai se non tra le pagine scritte del mio libro. Il mio punto di riferimento letterario è sempre stata Jane Austen e il suo romanzo Persuasione che è il mio libro del cuore. Come lei scrivo cercando di rendere leggendario l’ordinario.

 

 

Finalmente parliamo di ” Una storia straordinaria “.

All’interno del libro affronti una moltitudine di temi con la leggerezza di una carezza.

Penso alla perdita della vista di Luca, il protagonista.

Credi che la nostra società sia pronta ad accettare la diversità come ha saputo fare Silvia e che davvero il destino di ognuno di noi sia già scritto?

 

 

Non lo so se la nostra società sia pronta ad accettare la disabilità. Io credo che ogni persona viva i propri sentimenti arbitrariamente e si rapporti di conseguenza al mondo che la circonda. Noi siamo la società e se essa ancora non accetta la disabilita vuol dire che sono di più le persone che non si fidano dei sentimenti che quelle che si fidano. Io credo nel destino, ma credo anche che se il protagonista del film Serendipity non fosse entrato in ogni libreria di libri usati per sfogliare la copia de L’amore ai tempi del colera sperando di trovare il numero scritto da Sara, il destino non l’avrebbe ricompensato. È sempre una questione di fede… Nel destino, nell’amore.

 

 

Affronti il tema del “superare il trauma” da prospettive diverse.

Silvia, una donna aggredita – ahimé tema molto attuale! – che continua a vivere con la paura che non l’abbandona mai e Luca che si ritrova disabile e che lavora per modificare la sua vita fino a rinascere nuovamente, anche grazie a lei.

Credi ci siano delle differenze tra disabilità fisiche, ovvero presenti oggettive tangibili e traumi subiti, che sopravvivono ancora nella nostra testa ma che all’esterno non sono visibili?

Alla fine, in entrambi i casi, si rischia di vivere una vita limitata, a metà.

 

 

Forse le ferite dell’anima sono più dolorose e trancianti di quelle fisiche. Perché nel caso di Luca e della sua improvvisa cecità entra in gioco l’istinto di sopravvivenza che materialmente ti porta a reagire con i fatti per superare le oggettive difficoltà. Lui lo sa che non potrà più guardare le persone che ama, la sua città, i film, la cecità non lo coglie alle spalle, l’affronta sul campo di battaglia della vita faccia a faccia. Il nemico di Silvia è meschino, infido, si nasconde tra le pieghe della paura è un terrorista che ti colpisce quando meno te l’aspetti e ti lascia nell’impotenza di ignorare quando e dove tornerà a colpirti. Per assurdo tra i due è più Silvia che ha bisogno di Luca e non il contrario.

 

 

L’amore che abbatte i muri, che distrugge le corazze che con fatica e precisione certosina ci costruiamo per difendere la parte più intima di noi ma soprattutto la rinascita grazie ad una persona che ci completa.

Puro romanticismo da romanzo o pensi esista davvero qualcosa di così forte, capace di stravolgere la vita?

 

 

L’amore quello vero ti rende coraggioso, capace di qualsiasi cosa, sprezzante del pericolo, si dice sono innamorato pazzo… L’amore ti rende imprevedibile ed è tutto lì…Chi è innamorato non è mai scontato, non è ordinario o ripetitivo… Un giorno è Romeo, un giorno vive sulle cime tempestose, un giorno ha le sue cinquanta sfumature di grigio, di nero, di rosso, ma soprattutto di rosa. Con un innamorato non ti annoi mai… perché lui cambia in meglio tutto, le tue giornate, la tua vita, restando sempre se stesso…innamorato di te.

 

 

È un libro che parla di sensi e di “sentire”. 

Un libro che colpisce e destabilizza perchè non c’è solo amore ma ci sono anche dolore, rabbia, paura.

Credi siamo veramente capaci di vivere e di sentirci profondamente senza passare attraverso il dolore?

 

Io credo che non si debba per forza soffrire per sentire l’amore. In realtà l’amore dovrebbe servire a farci stare sempre allegri e con il sorriso sulle labbra. L’amore è una bilancia che su un piatto pesa la felicità e sull’altro la tristezza e il piatto con sopra la felicità deve lasciare l’altro sospeso a tre metri sopra il cielo.

 

 

La passione che unisce Luca e Silvia è il cinema.

All’interno del romanzo ci sono parecchie citazioni, sia cinematografiche che musicali.

Quanto di te e della tua storia straordinaria c’è nel libro?

 

A parte la cecità e Silvia… Tutto.

 

 

Io quando scrivo non posso fare a meno della mia playlist, che varia a seconda del momento ma soprattutto del mio “sentire”.

Una Storia Straordinaria ne ha una?

 

Beh… Certamente tutte le musiche di Yiruma fanno parte della colonna sonora del libro che inizia con Silvia lo sai di Luca Carboni e finisce con C’era una volta in America di Morricone.

 

 

A Roma…

Eterna come l’amore?

O semplicemente una dichiarazione d’amore alla tua città?

 

 

Rispondo come fece la Principessa Anna nel film Vacanze Romane…”Roma è Roma.”

 

 

Avrei ancora un milione di domande da farti perché il tuo libro raccoglie emozioni, sentimenti, passioni, vita vissuta.

Io l’ho usato come terapia, per andare ad illuminare alcuni angoli di me stessa che ho volutamente lasciato al buio per anni.

Non ti dirò cosa ne è uscito così, al prossimo romanzo ed alla prossima intervista, sapremo da dove partire 😉

 

Grazie per averci raccontato una storia leggera come dovrebbe essere la vita ed intensa come dovrebbe essere l’amore.

 

 

 

 

 

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Pollo al curry e banane!

  L’amore è come la buona cucina: le cose speciali nascono sempre da ingredienti semplici, ma sono rese magiche dalla fantasia… P.M.     Il pollo al curry è in…

 

L’amore è come la buona cucina: le cose speciali nascono sempre da ingredienti semplici, ma sono rese magiche dalla fantasia…

P.M.

 

 

Il pollo al curry è in assoluto uno dei miei piatti del cuore.

Uno di quelli che sfodero al primo invito a cena.

Uno dei miei cavalli di battaglia.

Una delle certezze nella mia lazy kitchen.

 

Per un lungo periodo ho voluto anche credere che fosse dietetico

che più sano di pollo, riso bianco e frutta non ce n’è.

Poi mi hanno fatto notare che la quantità di olio d’oliva e di panna che uso

chiama esami del sangue il giorno dopo ma vuoi mettere la lussuria?

 

Su consiglio di un’amica di mia madre che ha vissuto vent’anni in Sudafrica,

lo accompagno con la banana ma non commentate prima di provare

 – solo una persona ha osato dirmi che le banane al lato del piatto 

non le può proprio vedere

ma non ha ancora mai assaggiato il mio pollo al curry

perciò non fa testo – 

 

Gli altri, tutti, se ne sono innamorati e mai più senza.

 

Ora passiamo all’azione che quando si tratta di cibo

le chiacchere stanno a zero.

 

 

 

 

Ingredienti:

 

per 3 persone

petto di pollo ( ca 300 gr )

1 scalogno grande

sale qb

pepe qb

curcuma qb

curry qb ( io abbondo sempre che mi piacciono i sapori forti )

olio Evo qb

panna 200 gr

1 banana grande

riso basmati 200 gr ca

 

 

 

Procedimento:

 

In una padella antiaderente aggiungere l’olio e soffriggere lo scalogno fino a renderlo dorato.

Nel frattempo tagliare i petti di pollo a filetti o a cubetti, come preferite.

Io preferisco pezzi più grandi e grossolani.

Allo scalogno aggiungere il pollo,

la curcuma,

il sale,

il pepe;

dopo qualche minuto aggiungere il curry e lasciar andare a fuoco lento.

Le dosi, ahimè, non sono il mio forte.

Vado a occhio e a naso.

E finora mi è sempre andata bene!

Inoltre aggiungo sempre una noce di burro perchè,

checchè se ne dica, 

il burro sta bene ovunque

e rende tutto vellutato.

Una volta completata la cottura aggiungere la panna ( tanta )

e lasciar andare ancora per qualche minuto finchè

non si crea una crema abbastanza compatta da avvolgere il pollo

ma sufficientemente liquida per condire il riso.

 

 

 

 

Cuocere il riso basmati, scolarlo e servirlo tiepido

( a me piace freddo ma ho notato che siamo in pochi ad apprezzarlo ).

 

Impiattare guarnendo con la banana e poi,

a seconda di quanto siete coraggiosi,

mescolare tutto per unire i sapori.

 

Vi assicuro che nulla sarà più come prima 😉

 

 

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