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Osteopatia. Intervista alla Dott.ssa Silvia Gitto

  An osteopath is only a human engineer, who should understand all the laws governing his engine and thereby master disease. Andrew Taylor Still, fondatore dell’osteopatia      Prima di…

 

An osteopath is only a human engineer, who should understand all the laws governing his engine and thereby master disease.

Andrew Taylor Still, fondatore dell’osteopatia 

 

 

Prima di diventare un’ addicted dell’osteopatia pensavo fosse una pratica new age,

quasi magica,

di quelle che si attuano con musica di sottofondo,

nuvole di incenso che avvolgono come la nebbia della Padania,

frasi modello rituale da ripetere ad libitum.

Ebbene, niente di tutto ciò.

Ho avuto la fortuna di inciampare nella Dott.ssa Silvia Gitto per caso,

tramite un’amica comune,

e da quel giorno non l’ho lasciata più.

Ma soprattutto ho provato,

apprezzato e finalmente capito l’importanza dell’osteopatia per l’equilibrio tra il corpo,

la mente e lo spirito.

Alle domande ricorrenti di amici, parenti, conoscenti, clienti, curiosi in genere

riguardo al mio nuovo amore per l’osteopatia

rispondo sempre in maniera vaga,

poco incisiva,

a tratti nebulosa ( come l’incenso di cui sopra! )

quindi ho deciso di raccoglierle tutte e girarle direttamente a lei.

Questa intervista è nata tra un trattamento e l’altro,

in mezzo ad un lockdown che cambia colore come una doccia di cromoterapia,

grazie alle vostre domande precise e alle mie risposte monche.

Se poi vi appassionate e vi volete far trattare

o se venite travolti da dubbi e perplessità,

potete contattarla direttamente e scambiare quattro chiacchere con lei.

 

La trovate qui:

 

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Silvia, finalmente ci siamo! Iniziamo in maniera soft: raccontaci di te. 

Sono Silvia Gitto, Osteopata, Chinesiologa e Insegnante di scienze motorie e sportive!

Il mio primo amore è sicuramente lo sport! Sono una pallavolista, ormai ex, ma sportivi si rimane anche quando ci si allontana dai campi di gioco. L’amore per lo sport mi ha portata ad iscrivermi alla facoltà di Scienze motorie. Dopo la laurea triennale ho deciso di completare il mio percorso di studi specializzandomi in Scienze e tecniche delle attività motorie preventive e adattate. Questo, ad oggi, mi ha permesso di poter insegnare Scienze motorie, lavoro che amo molto perché credo che dal punto di vista educativo lo sport aiuti molto nella crescita, nell’educazione e nella formazione di un ragazzo.

Contemporaneamente all’amore per lo sport, cresceva in me la passione per il corpo umano, in ogni sua parte. Durante le mie esperienze sportive conobbi l’Osteopatia e compresi subito che tutto ciò che avrei voluto essere era racchiuso in questa professione.

Il concetto di salute negli anni è sicuramente cambiato: non si fa più riferimento all’ assenza di malattia ma di benessere psicofisico e sociale. Per questo motivo anche il mio approccio alla salute ha subito un cambiamento e, nella speranza di imparare ad aiutare qualcuno, mi sono iscritta al corso di Osteopatia.

 

Io dichiaro subito la mia ignoranza in materia di Osteopatia. Sono entrata in contatto con te grazie ad un’amica comune che mi ha raccontato cose meravigliose della pratica e dei suoi benefici perciò parliamone un po’. Quando, dove, perché nasce? 

L’Osteopatia nasce negli Stati Uniti alla fine dell’800 grazie ad A.T. Still. Arrivò poi in Europa, in Gran Bretagna, grazie a Littlejohn. Still, padre dell’osteopatia, fu tra i primi a capire le relazioni fra l’equilibrio funzionale delle strutture corporee e la salute.

Egli comprese che l’equilibrio proprio della salute passa attraverso l’equilibrio della struttura osteoarticolare, in relazione all’armonia del sistema nervoso, muscolare e circolatorio. 

“Non ritengo esser l’autore di questa scienza, nessuna mano umana ne ha disposto le sue leggi; non chiedo onore più grande che averla scoperta”¹, anche perché “i principi meccanici su cui l’Osteopatia si basa sono vecchi quanto l’universo.” “Non cito autori ma il Dio e l’esperienza.”

Cito queste frasi di Still proprio per far comprendere come l’osteopatia divenne per lui e per i suoi seguaci un simbolo di riforma medica, di una scienza che avrebbe spostato l’attenzione della medicina tradizionale sul “lavoro perfetto del Creatore”, in quanto essa agiva in favore dei meccanismi naturali del corpo, facilitandone le funzioni normali e riparatrici, e non contro di loro, come invece sembrava facessero alcuni farmaci utilizzati in quel periodo.

 

Perché hai scelto di diventare Osteopata?

Durante la mia carriera sportiva ho subito diversi infortuni, tra questi il più importante è stato un infortunio alla schiena che mi ha tenuta lontana dai campi di gioco per più di un anno.  A soli 16 anni mi sono ritrovata a dover sentire frasi come “non potrai più giocare”, “è ora di appendere le scarpe al chiodo”. Avevo visto veramente tante figure appartenenti alla medicina tradizionale (ortopedici, fisiatri, fisioterapisti). Finchè non incontrai Lui, un Osteopata, il quale mi rassicurò dicendomi di avere pazienza. Dopo un anno tornai in campo e continuai a giocare per altri 10 anni. Lì ho capito che aiutare qualcuno a riequilibrare il proprio organismo per ritrovare lo stato di salute ottimale sarebbe stato il mio sogno.

 

Questa è una domanda ricorrente, ne sono sicura, ma è la più gettonata: qual è la differenza tra il fisioterapista e l’Osteopata?

Bella domanda! Ti confermo che è la più gettonata! Premetto di non essere una fisioterapista e spero che nessuno, appartenente alla categoria, si offenda.

Il fisioterapista spesso interviene per curare la sintomatologia conseguente ad un trauma, un intervento chirurgico con lo scopo di riabilitare e ripristinare una funzione alterata della zona colpita utilizzando manipolazioni ma anche apparecchiature elettromedicali utili al percorso riabilitativo del paziente.

L’osteopata, invece, non si sofferma esclusivamente alla zona che presenta il sintomo, al dolore singolo e locale, ma considera il corpo del paziente nella sua globalità, analizzando i vari sistemi che possono perturbare l’omeostasi del paziente cercando, attraverso l’uso esclusivo delle mani, di ripristinare la mobilità delle zone valutate favorendo i processi di autoguarigione e autoregolazione del corpo.

Sono due professioni diverse ma complementari pertanto credo in molti casi risulta vantaggiosa una collaborazione tra le due figure con l’unico scopo di aiutare il paziente a ritrovare, nel minor tempo possibile, il suo stato di benessere fisico e mentale.

 

Qual è il percorso da seguire per diventare Osteopata?

In Italia l’Osteopatia è riconosciuta come professione sanitaria da Dicembre 2017, purtroppo però non è ancora stato stabilito l’iter universitario da seguire per diventare osteopata. Al momento esistono le scuole di alta formazione in Osteopatia, appartenenti all’AISO, ed io ho frequentato una scuola di 6 anni, diplomandomi Dottore in Osteopatia (D.O.) all’Osteopathic College di Trieste. Adesso il percorso di studi è ridotto a 5 anni in attesa dell’ultimazione della regolamentazione e quindi la nascita del Corso di Laurea in Osteopatia.

 

Si possono trattare le donne in gravidanza ed i bambini?

Assolutamente sì! Per quanto riguarda la donna in gravidanza è importantissimo trattarla per riequilibrare il corpo in vista del parto. Il periodo più delicato è sicuramente il primo trimestre durante il quale avviene l’attecchimento. È possibile effettuare trattamenti osteopatici cercando di non mobilizzare troppo le strutture che possono disturbare questo delicato processo. Nel secondo e terzo trimestre l’osteopatia è un valido alleato per aiutare i disturbi che possono insorgere durante la gravidanza come ad esempio nausee, reflusso, difficoltà digestive, stitichezza, mal di testa, lombalgie e pubalgie (derivate spesso da tensioni uterine).

Nella fase preparto è fondamentale verificare la mobilità della regione pelvica quindi il bacino, i legamenti uterini, riequilibrare i diaframmi del corpo (toracico, cranico e pelvico) fondamentali per la fase di spinta durante le contrazioni.

È molto importante trattare la neomamma anche nel post-partum perché il corpo subisce un rapido cambiamento aiutando la donna a recuperare più velocemente le normali funzioni del corpo.

Anche per quanto riguarda i bambini, l’osteopatia è molto efficace ma se si vuole agire sulla prevenzione bisogna trattare il neonato, pochi giorni dopo la nascita. L’osteopata ricerca, attraverso l’uso esclusivo delle mani, delle restrizioni di mobilità (disfunzioni osteopatiche) che potrebbero influire sullo sviluppo futuro del bambino. Per il bambino si può ricorrere all’osteopatia in presenza di colichette, reflusso, rigurgito, insonnia, difficoltà di suzione, irrequietezza, asimmetrie cranio-facciali, otiti o infezioni respiratorie frequenti.

 

Raccontaci come si svolge una seduta? Quali patologie/problemi può curare e con che frequenza vengono eseguiti i trattamenti?

La seduta osteopatica è caratterizzata da 3 fasi, una prima fase anamnestica in cui si raccolgono le informazioni relative alla storia del paziente indagando sia eventi prossimi che remoti utili alla valutazione globale del paziente. Successivamente viene effettuata una valutazione osteopatica mediante dei test per comprendere la natura della restrizione di mobilità che può provocare dolore nel paziente; si elabora un razionale di trattamento che non sempre correla la localizzazione del dolore alla zona trattata in quanto considerando l’organismo nella sua globalità si tiene conto, oltre al motivo di consulto, anche di tutte le altre sintomatologie riferite durante la raccolta delle informazioni. Infine la seduta si conclude con delle indicazioni finali inerenti al motivo di consulto e alle restrizioni di mobilità riscontrate durante la valutazione e il trattamento.

 

Con l’Osteopatia posso curare solo le tensioni muscolari o anche lo stress emotivo?

Le emozioni sicuramente condizionano l’organismo nella sua totalità. Infatti, a parte le tensioni muscolari, a livello viscerale è presente una relazione tra l’organo e un’emozione. Quindi anche la sintomatologia organica può essere intesa come un messaggio che il corpo ci manda oppure una stimolazione emozionale che continua a ricevere. Quindi può aiutare l’aspetto emotivo del paziente, se necessario anche in collaborazione con figure specializzate come psicoterapeuti.

 

Parliamo di emozioni. Dalla tua esperienza ritieni che l’equilibrio emozionale incida su quello posturale e, se ciò è vero, in che modo il trattenere le emozioni senza lasciarle fluire provoca problemi al corpo?

Secondo la mia esperienza come ho affermato precedentemente, le emozioni trattenute si insediano nel nostro organismo e, se non siamo in grado di gestirle e lasciarle fluire, a lungo andare il nostro corpo potrebbe lanciarci dei messaggi, dei campanelli d’allarme, che corrispondono a richieste di aiuto da parte dell’organismo. È quindi fondamentale ascoltare il proprio corpo e riconoscere se questo ci sta inviando dei messaggi.

 

L’osteopatia rappresenta un approccio nuovo e olistico alla salute dell’individuo nel suo complesso. Purtroppo però viene ancora da molti considerata una mera tecnica pratica per rimettere a posto un singolo problema fisico che si manifesta. Quanto ritieni importante nella tua professione considerare l’individuo in senso globale e quanto ciò ti aiuta ad ottenere risultati concreti e duraturi per il benessere del paziente?

L’osteopatia ha un approccio globale proprio nel rispetto del paziente. È questo che la differenzia da altri approcci. Per spiegarne l’importanza, ad esempio un dolore lombare potrebbe essere conseguenza di un colpo di frusta subito 10-20 anni prima e questo potrebbe aver provocato un blocco del sistema cranio sacrale. Pertanto risulta necessario valutare non solo il sistema strutturale, che potrebbe essere totalmente libero, ed agire invece sul riequilibrio cranio sacrale o in altri casi viscerale per correlazioni neurologiche. Quindi per me è fondamentale approcciare globalmente al paziente proprio per valutarne la totalità.

 

Spesso si cerca una professionista che opera nel tuo campo a seguito di un chiaro problema di salute fisica il più delle volte correlato a dolori del sistema osteomuscolare. E’ questa una modalità che condividi o ti sentiresti di suggerire sedute non finalizzate alla guarigione ma piuttosto alla “prevenzione”?

L’osteopatia è fondamentale dal punto di vista preventivo, però non sempre il paziente adotta questa modalità più che altro per una questione di tempo. Sicuramente riequilibrare l’organismo permette di evitare l’insorgenza di problematiche che poi possano sfociare in dolori acuti. Il sistema osteomuscolare, in osteopatia rientra all’interno del sistema strutturale, è solo uno dei 3 sistemi che costituiscono il nostro organismo e sui quali si basta l’osteopatia. Pertanto l’equilibrio del sistema strutturale, viscerale e cranio sacrale concorrono insieme al mantenimento dell’omeostasi corporea.

 

Quante volte al mese è bene che un paziente sia trattato da un osteopata? Dipende dalla situazione riscontrata o ci sono delle valutazioni generali che valgono per tutti al fine di garantire il mantenimento di un buon equilibrio del proprio corpo?

L’osteopatia è molto importante dal punto di vista preventivo, quindi valutare il paziente anche una volta ogni 1o2 mesi permette di evitare che le disfunzioni presenti possano cronicizzarsi e dare, a lungo andare, sintomatologie più importanti, alterando l’equilibrio del sistema. Nel caso in cui invece il paziente presenta già una sintomatologia è bene valutarne l’entità ed avere dei feedback dal paziente per comprendere come il suo organismo reagisce al trattamento. Ogni individuo è unico ed è per questo che non esiste un numero di sedute minimo per la risoluzione di una condizione di disagio per il paziente ma sicuramente è bene effettuare trattamenti con almeno 3 settimane di distanza per dare il tempo all’organismo di riadattarsi al nuovo equilibrio.

 

C’è una parte del corpo che ‘se curata’ può dare più sollievo tra corpo e mente?

Il diaframma è senz’altro una zona fondamentale del nostro organismo sia dal punto di vista mentale che fisico. Viene definito muscolo della serenità ed è per questo che, essendo una zona orizzontale del nostro organismo è sicuramente un punto di equilibrio osteopatico molto importante

 

Durante la prima visita, in genere, un osteopata si informa sulla storia clinica del paziente valutando traumi passati, interventi subiti, problemi di salute cronici. Perché queste informazioni sono così preziose per il vostro intervento sulla persona?

 

La storia clinica del paziente è fondamentale per comprendere al meglio le sue origini e la sua storia. Ad esempio alcuni traumi potrebbero aver condizionato l’omeostasi (equilibrio) dell’organismo provocando degli adattamenti anche a distanza e quindi sarà necessario individuare la causa principale che può, nel tempo, provocare adattamenti posturali o dolori riferiti. Quindi è fondamentale indagare sia i traumi recenti che quelli remoti per individuare la causa della problematica e cercare di rimuoverla, per consentire al proprio organismo di esprimere al meglio la propria funzione autoregolatrice e riparatrice.

 

 

 

 

 

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Una Storia Straordinaria – Intervista a Diego Galdino

    Avevo sempre sognato, da grande, di fare l’aggettivo. Federico Fellini   Che io sia una lettrice accanita è cosa nota. Che fare domande sia una delle mie passioni…

 

 

Avevo sempre sognato, da grande, di fare l’aggettivo.

Federico Fellini

 

Che io sia una lettrice accanita è cosa nota.

Che fare domande sia una delle mie passioni è altrettanto noto.

Che chiaccherare con l’autore mi piaccia tanto quanto

( forse anche di più )

leggere lo sapete tutti ormai.

 

Ed eccoci qui a parlare di ” Una Storia Straordinaria “ con Diego Galdino.

Una storia d’amore e di dolore, di cadute e di risalite, di forza e di rinascita.

E si sa che, quando si parla di rinascita, vengo colpita e affondata che,

nonostante sia l’ultima dei non romantici,

alle rinascite ho dovuto piegarmi.

Quando succede,

del tutto inaspettatamente,

tocca accettare di non essere immuni

ma soprattutto certe cose non sono spiegabili.

Possiamo interpellare la chimica, la magia, il destino, il fato.

Certo è che sono le emozioni a muovere il mondo.

Emozioni che si provano, anche, leggendo un libro.

 

 

Diego Galdino vive a Roma, autore, non solo di romanzi, ma anche dei più fantasiosi caffè della capitale.

Definito da Il Messaggero il Cindarella Man della letteratura, è tradotto in molti paesi europei e del suo romanzo d’esordio ” Il Primo Caffè del Mattino ” sono stati venduti i diritti cinematografici in Germania.

 

 

 

 

 

Sono abituata ad iniziare con le domande inerenti al libro e a finire parlando della storia dell’autore ma con te vorrei fare il contrario perchè ho riscontrato delle similitudini nel nostro percorso – cosa che raramente mi accade ma di cui spesso mi viene chiesto – perciò colgo la palla al balzo per dare libero sfogo alle domande.

Dall’attività commerciale di famiglia alla scrittura il passo non è breve.

Cosa ti ha portato a scrivere?

 

Sicuramente l’amore, la voglia di raccontare la mia storia d’amore, una storia d’amore finita male, anzi forse mai iniziata, se non nel mio cuore e nella mia testa. Ho usato la scrittura come un confidente, come se dicessi senza filtri, senza paura quello che sentivo prorompere dal mio io più profondo, seguendo alla lettera nel vero senso della parola il principio del movimento romantico per eccellenza…Sturm und drang, tempesta e impeto…

 

 

 

Ho letto del tuo viaggio di un giorno partendo da Roma passando attraverso la Cornovaglia per arrivare a Penzance, una delle ultime cittadine d’Inghilterra, fino alle scogliere di Land’s End e mi sono commossa.

Un po’ perché sono una viaggiatrice seriale ma soprattutto per il motivo che ti ho portato fino a lì.

Mi piacerebbe che tu ce lo raccontassi, perché sono convinta che tutti abbiamo bisogno di ricordarci che sono le emozioni ed i sentimenti a muovere il mondo ( o a farci muovere nel mondo! ).

 

 

Ho iniziato a scrivere molto tardi, ma poi non ho più smesso. Per me la prima storia che ho scritto resta indimenticabile perché è nata in un modo particolare e per merito di una ragazza a cui sono stato molto legato…Un bel giorno mi mise in mano un libro e mi disse: «Tieni, questo è il mio romanzo preferito, lo so, forse è un genere che piace più alle donne, ma sono certa che lo apprezzerai, conoscendo il tuo animo sensibile». Il titolo del romanzo era Ritorno a casa di Rosamunde Pilcher, e la ragazza aveva pienamente ragione: quel libro mi conquistò a tal punto che nelle settimane a seguire lessi l’opera omnia dell’autrice. Il mio preferito era I cercatori di conchiglie. Scoprii che il sogno più grande di questa ragazza di cui ero perdutamente innamorato era quello di vedere di persona i posti meravigliosi in cui la Pilcher ambientava le sue storie, ma questo non era possibile perché un grave problema fisico le impediva gli spostamenti lunghi. Così, senza pensarci due volte, le proposi: «Andrò io per te, e i miei occhi saranno i tuoi. Farò un sacco di foto e poi te le farò vedere». Qualche giorno più tardi partii alla volta di Londra, con la benedizione della famiglia e la promessa di una camicia di forza al mio ritorno. Fu il viaggio più folle della mia vita e ancora oggi, quando ci ripenso, stento a credere di averlo fatto davvero. Due ore di aereo, sei ore di treno attraverso la Cornovaglia, un’ora di corriera per raggiungere Penzance, una delle ultime cittadine d’Inghilterra, e le mitiche scogliere di Land’s End. Decine di foto al mare, al cielo, alle verdi scogliere, al muschio sulle rocce, al vento, al tramonto, per poi all’alba del giorno dopo riprendere il treno e fare il viaggio a ritroso insieme ai pendolari di tutti i santi d’Inghilterra che andavano a lavorare a Londra. Un giorno soltanto, ma uno di quei giorni che ti cambiano la vita. Tornato a Roma, lasciai come promesso i miei occhi, i miei ricordi, le mie emozioni a quella ragazza e forse le avrei lasciato anche il mio cuore, se lei non si fosse trasferita con la famiglia in un’altra città a causa dei suoi problemi di salute. Non c’incontrammo mai più, ma era lei che mi aveva ispirato quel viaggio e in fin dei conti tutto ciò che letterariamente mi è successo in seguito si può ricondurre alla scintilla che lei aveva acceso in me, la voglia di scrivere una storia d’amore che a differenza della nostra finisse bene e poi non ho più smesso fino ad arrivare a Il primo caffè del mattino…

 

 

Il tuo primo romanzo ” Il primo caffè del mattino ” è del 2013 ( non l’ho ancora letto ma da oggi è nella mia lista ) ed è stato definito un caso letterario.

Da lì non ti sei più fermato.

Oggi ti pubblicano in Germania, Austria, Svizzera, Polonia, Bulgaria, Serbia, Spagna e Sudamerica.

Come nasce un tuo romanzo?

Hai uno scrittore di riferimento?

 

I miei romanzi nascono tutti alla stessa maniera. Il filo conduttore della storia è un gomitolo con cui giocano la mia fantasia ed il mio cuore quasi fossero le zampe di un gatto che lo spingono in avanti correndogli poi dietro… Questo gomitolo parte e l’intreccio narrativo si dipana nella mia testa, senza fermarsi mai se non tra le pagine scritte del mio libro. Il mio punto di riferimento letterario è sempre stata Jane Austen e il suo romanzo Persuasione che è il mio libro del cuore. Come lei scrivo cercando di rendere leggendario l’ordinario.

 

 

Finalmente parliamo di ” Una storia straordinaria “.

All’interno del libro affronti una moltitudine di temi con la leggerezza di una carezza.

Penso alla perdita della vista di Luca, il protagonista.

Credi che la nostra società sia pronta ad accettare la diversità come ha saputo fare Silvia e che davvero il destino di ognuno di noi sia già scritto?

 

 

Non lo so se la nostra società sia pronta ad accettare la disabilità. Io credo che ogni persona viva i propri sentimenti arbitrariamente e si rapporti di conseguenza al mondo che la circonda. Noi siamo la società e se essa ancora non accetta la disabilita vuol dire che sono di più le persone che non si fidano dei sentimenti che quelle che si fidano. Io credo nel destino, ma credo anche che se il protagonista del film Serendipity non fosse entrato in ogni libreria di libri usati per sfogliare la copia de L’amore ai tempi del colera sperando di trovare il numero scritto da Sara, il destino non l’avrebbe ricompensato. È sempre una questione di fede… Nel destino, nell’amore.

 

 

Affronti il tema del “superare il trauma” da prospettive diverse.

Silvia, una donna aggredita – ahimé tema molto attuale! – che continua a vivere con la paura che non l’abbandona mai e Luca che si ritrova disabile e che lavora per modificare la sua vita fino a rinascere nuovamente, anche grazie a lei.

Credi ci siano delle differenze tra disabilità fisiche, ovvero presenti oggettive tangibili e traumi subiti, che sopravvivono ancora nella nostra testa ma che all’esterno non sono visibili?

Alla fine, in entrambi i casi, si rischia di vivere una vita limitata, a metà.

 

 

Forse le ferite dell’anima sono più dolorose e trancianti di quelle fisiche. Perché nel caso di Luca e della sua improvvisa cecità entra in gioco l’istinto di sopravvivenza che materialmente ti porta a reagire con i fatti per superare le oggettive difficoltà. Lui lo sa che non potrà più guardare le persone che ama, la sua città, i film, la cecità non lo coglie alle spalle, l’affronta sul campo di battaglia della vita faccia a faccia. Il nemico di Silvia è meschino, infido, si nasconde tra le pieghe della paura è un terrorista che ti colpisce quando meno te l’aspetti e ti lascia nell’impotenza di ignorare quando e dove tornerà a colpirti. Per assurdo tra i due è più Silvia che ha bisogno di Luca e non il contrario.

 

 

L’amore che abbatte i muri, che distrugge le corazze che con fatica e precisione certosina ci costruiamo per difendere la parte più intima di noi ma soprattutto la rinascita grazie ad una persona che ci completa.

Puro romanticismo da romanzo o pensi esista davvero qualcosa di così forte, capace di stravolgere la vita?

 

 

L’amore quello vero ti rende coraggioso, capace di qualsiasi cosa, sprezzante del pericolo, si dice sono innamorato pazzo… L’amore ti rende imprevedibile ed è tutto lì…Chi è innamorato non è mai scontato, non è ordinario o ripetitivo… Un giorno è Romeo, un giorno vive sulle cime tempestose, un giorno ha le sue cinquanta sfumature di grigio, di nero, di rosso, ma soprattutto di rosa. Con un innamorato non ti annoi mai… perché lui cambia in meglio tutto, le tue giornate, la tua vita, restando sempre se stesso…innamorato di te.

 

 

È un libro che parla di sensi e di “sentire”. 

Un libro che colpisce e destabilizza perchè non c’è solo amore ma ci sono anche dolore, rabbia, paura.

Credi siamo veramente capaci di vivere e di sentirci profondamente senza passare attraverso il dolore?

 

Io credo che non si debba per forza soffrire per sentire l’amore. In realtà l’amore dovrebbe servire a farci stare sempre allegri e con il sorriso sulle labbra. L’amore è una bilancia che su un piatto pesa la felicità e sull’altro la tristezza e il piatto con sopra la felicità deve lasciare l’altro sospeso a tre metri sopra il cielo.

 

 

La passione che unisce Luca e Silvia è il cinema.

All’interno del romanzo ci sono parecchie citazioni, sia cinematografiche che musicali.

Quanto di te e della tua storia straordinaria c’è nel libro?

 

A parte la cecità e Silvia… Tutto.

 

 

Io quando scrivo non posso fare a meno della mia playlist, che varia a seconda del momento ma soprattutto del mio “sentire”.

Una Storia Straordinaria ne ha una?

 

Beh… Certamente tutte le musiche di Yiruma fanno parte della colonna sonora del libro che inizia con Silvia lo sai di Luca Carboni e finisce con C’era una volta in America di Morricone.

 

 

A Roma…

Eterna come l’amore?

O semplicemente una dichiarazione d’amore alla tua città?

 

 

Rispondo come fece la Principessa Anna nel film Vacanze Romane…”Roma è Roma.”

 

 

Avrei ancora un milione di domande da farti perché il tuo libro raccoglie emozioni, sentimenti, passioni, vita vissuta.

Io l’ho usato come terapia, per andare ad illuminare alcuni angoli di me stessa che ho volutamente lasciato al buio per anni.

Non ti dirò cosa ne è uscito così, al prossimo romanzo ed alla prossima intervista, sapremo da dove partire 😉

 

Grazie per averci raccontato una storia leggera come dovrebbe essere la vita ed intensa come dovrebbe essere l’amore.

 

 

 

 

 

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La Natura Interiore – Intervista a Marco Pangos

  Confesso fin da subito che in materia di ecologia ed ambiente sono parecchio ignorante. Ignoro, ma cerco comunque di tenere dei comportamenti sani e funzionali all’ambiente. Spesso, però, con…

 

Confesso fin da subito che in materia di ecologia ed ambiente sono parecchio ignorante.

Ignoro, ma cerco comunque di tenere dei comportamenti

sani e funzionali all’ambiente.

Spesso, però, con pessimi risultati.

 

Ho avuto un fidanzato che non faceva che riprendermi per i miei comportamenti poco ecologici:

per la troppa acqua consumata per la mia routine di bellezza giornaliera,

per i mozziconi di sigaretta gettati nell’indifferenziata,

per la luce dimenticata accesa in camera,

per le troppe lavatrici.

L’unica alternativa possibile è stata cambiare fidanzato

e cercare un manuale che mi spiegasse come approcciarmi al problema,

per riempire i miei buchi neri.

 

Ecco che arriva Marco Pangos:

psicologo dello sviluppo, psicoterapeuta e Gestalt Counsellor, 

già autore di ” 1980 ” e ” I 3 tipi di ribellione adolescenziale “,

che pubblica questo manuale contenente le 10 azioni utili a sviluppare

la propria intelligenza ecologica e a ridurre l’inquinamento psicofisico.

Che il libro l’abbia letto in un pomeriggio non serve che ve lo dica,

tanto ormai avete capito che quando decido di intervistare un autore significa che è amore.

Appuntamento davanti ad uno spritz guardando il mare,

chiaccherando di vita,

di psicologia,

di ecologia,

del suo nuovo libro.

 

 

 

Partiamo dalla prima cosa a cui ho pensato leggendo ” La Natura Interiore “.

Il collegamento psicologia – ecologia.

Sembrano realtà molto distanti finchè non si legge il tuo libro.

Come e perchè hai deciso di scriverne.

 

Sono stato letteralmente folgorato leggendo il libro di Daniel Goleman, “Intelligenza Ecologica” e mi sono reso conto di quanto fossi…poco intelligente!
Ho riflettuto molto su come implementare prima la mia di intelligenza ecologica, poi però mi sono accorto anche di quanto questa funzione cognitiva sia estranea alla gran parte delle persone.
Scrivo per cercare di fermare alcuni concetti chiave per me stesso, poi se qualcuno vorrà far sue le mie indicazioni, ne sono lieto.
In tutto questo, credo che anche noi psicologi possiamo, e dobbiamo, dare il nostro contributo su queste tematiche così importanti. 

 

 

C’è tanto di psicologico nella nostre scelte poco ecologiche e me ne sono resa conto leggendo il tuo libro.

I colori vintage sulle confezioni  per esempio.

Perchè mi sento parte in causa facendo parte di quelle persone che vengono inspiegabilmente attratte dalle confezioni o dalle copertine.

Vittima perfetta dei geni del marketing.

Credo accada perchè certe immagini e certi colori siano confortanti e alla fine tutti noi abbiamo bisogno di una comfort life.

 

Noi tendiamo alla comodità, e questo è un aspetto che esamino in modo particolare nel libro.

Bisogna modificare le nostre innumerevoli abitudini, soprattutto quelle tossiche per la nostra salute e per quella del nostro ambiente.

E’ un lavoro difficile, me ne rendo conto, ma è necessario se vogliamo vivere veramente liberi.

Per quanto riguarda l’essere vittima del marketing o dei pubblicitari, beh…lo siamo un pò tutti.
Nel libro spiego alcuni trucchetti che vengono usati per indurci a desiderare ed acquistare cose delle quali non abbiamo nessun bisogno.
Cadiamo in questo genere di tranelli perché siamo disconnessi alla nostra natura interiore, diventando delle vere e proprie ‘vittime consumiste’.

 

 

” Se lo desideri, l’universo te lo regala ” lasciamoglielo agli imbonitori scrivi nel libro.

Ma per riuscire a cambiare i nostri comportamenti dobbiamo crederci, soprattutto quando dobbiamo cambiare radicalmente le nostre abitudini.

 

Quello è un motto della cultura new age.
Non basta desiderare o credere alla favola che ciò che abbiamo ce l’ha dato l’universo.
Per ottenere dei risultati bisogna agire, nessun universo muoverà un solo dito al posto nostro!

 

 

Il coccodrillo a rappresentare i nostri istinti.

Il coccodrillo come indice di vitalità.

Raccontaci del TUO coccodrillo.

 

Il mio coccodrillo è una specie di bussola che mi indica quale direzione è bene che scelga.

Seguire la rotta che egli mi indica mi conferisce un senso di pienezza ed appagamento.

Non sempre riesco ad ascoltarlo, anch’io mi perdo nelle distrazioni del quotidiano, ma quando lo ascolto realmente, sento qualcosa vicino alla felicità.

Poi si può sbagliare strada, commettere errori e via dicendo, ma questo fa parte del gioco della vita. 

 

 

Il verde inteso come Natura.

Come ombra.

Come energia.

Come bellezza.

Come valore.

Hai portato come esempio una città vicina a noi che ha trasformato centinaia di mq di cemento in un parco verde.

 

Per diventare più “green” non ci vuole poi tanto.

Chi sta seguendo questa strada, comprende nell’immediato quali e quanti siano i vantaggi, sia in termini di salute che economici.

Il verde attrae il turismo per esempio, dunque molti soldi per i territori.

Ma il verde abbassa l’aggressività, ripulisce l’aria, abbatte l’inquinamento acustico, crea nuovi spazi per l’incontro tra le persone…

Ho letto che il Governo italiano chiederà all’Europa un miliardo per piantare un milione di alberi: mille euro ad albero, un’enormità!
Basterebbe non tagliarli e risparmieremmo tutti un sacco di quattrini.
Ma per farlo bisogna essere ecologicamente intelligenti! 

 

Chiudi il libro con una frase che mi ha colpito molto.

” Gli esseri intelligenti sono quelli in grado di scegliere per il loro benessere e se siamo in connessione con la nostra Natura Interiore, scopriremmo che il nostro benessere si allinea perfettamente sia a quello collettivo che a quello ambientale “

 

Quello che ancora mi colpisce quando lavoro con i miei pazienti, è che quando ci si connette alla propria natura interiore, essa si allinea alla stagionalità riallineandosi con l’ambiente esterno.

Nel libro cito l’esempio del cibo e delle voglie fuori stagione come indice di disconnessione al proprio sé e alla natura.

Desiderare fragole a gennaio o castagne in marzo è molto comune oggigiorno, ma ecologicamente non è un buon indicatore.

 

Chiudiamo parlando del respiro, che tu ben sai quanto sia un discorso che mi appartiene.

Il respiro come consapevolezza di se stessi, come nutrimento, come vita, come ponte con l’ambiente esterno e con le persone che ci circondano.

Esistono dei collegamenti inspiegabili tra respiri di persone diverse che mettono a tacere il brusio dei pensieri ed i rumori intorno.

Quanto è importante prenderne coscienza e allenarlo per poter vivere appieno?

 

Una buona respirazione è indice di buona salute.

Seguendo  il percorso dell’aria che entra dentro il nostro corpo, riusciremo a trovare la profondità di noi stessi: la nostra anima.

E quando siamo a contatto con essa, riusciamo anche a contattare quella delle persone che ci stanno accanto.

 

 

 

 

 

 

 

Se volete sapere un pò di più di Marco, cliccate qui:

Guida Psicologi

 

e seguitelo sulla sua pagina

YouTube

 

 

 

 

 

 

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Di Make – Up e bellezza! Intervista ad Aurea Parovel, make – up artist!

    Quando si parla di trucco e di bellezza bisogna essere chirurgici che pare un argomento leggero ma in realtà è importante quanto seguire un’alimentazione sana, praticare un’attività fisica…

 

 

Quando si parla di trucco e di bellezza bisogna essere chirurgici

che pare un argomento leggero ma in realtà è importante

quanto seguire un’alimentazione sana,

praticare un’attività fisica regolare,

dormire bene.

E sono pronta a difendere le mie idee

con chi la pensa diversamente 😉

Perciò non avrei potuto scegliere persona diversa da lei.

Aurea Parovel.

Make – up artist illuminata.

La migliore secondo me.

Amiche dalla nascita, cresciute a pane e bellezza.

Sono di parte perciò preferisco che si racconti lei.

Io la riassumo così:

non una semplice truccatrice,

 anche un pò psicologa, amica, confidente.

Che poi, con ” confident ” riassumiamo tutto, no?

 

 

 

Aurea, amica mia, finalmente eccoci qui!
Ci abbiamo messo anni ma, alla fine, l’universo mette tutto al suo posto.
Il tuo Facebook recita così: “ Colori e pennelli “
Raccontaci un po’ di te.

 

Amo il profumo delle matite colorate, adoro il rumore del pennello sulla tela e molto spesso, nei negozi d’arte, trovo una sorta di quiete dalla tempesta della vita.

Il mio concetto di trucco va al di là del concept tradizionale, per esser da me definito più artistico, empatico ed empirico allo stesso tempo.

Non so se questa frase verrà molto apprezzata ma questo è quello che faccio.

Nasco da una famiglia decisamente artistica: mio padre un restauratore appassionato, mentre mia madre una colonna portante dell’estetica e truccatrice di successo a livello internazionale. Proprio grazie a mia madre ho ampliato la mia arte, dal disegno al make -up. I continui viaggi intrapresi insieme a lei nel mondo dell’Opera mi hanno marchiato il cuore e così la mia carriera artistica inizia nell’estate del 1995 con i primi corsi di disegno di nudo e subito dopo, carica di energia, mi sono iscritta all’Istituto d’Arte indirizzo Decorazione Pittorica.

 

 

Appassionata di arte fin da piccola.
Di te ricordo le guanciotte da mordere, la tua passione per i colori, la poesia, il teatro. Ed è lì che alla fine sei arrivata. Raccontaci del tuo percorso che parte dal Liceo Artistico e arriva all’Opera.

 

Proprio all’Istituto d’Arte ho avuto la possibilità di confrontarmi non solo con semplici insegnanti ma con grandi artisti i quali, oltre ad avermi insegnato tecnica e disciplina, mi hanno saputo tramandare la passione per l’arte e le sue molteplici forme.

Tirando linee con il pennello a mano libera, applicando foglie d’oro e gommalacca o piuttosto dipingere con tecnica ad affresco ho acquisito una grande manualità e sviluppato una percezione cromatica e visiva d’insieme, consolidando le mie capacità.

Subito dopo le superiori ho viaggiato e a Londra ho trovato una seconda casa che mi ha dato la possibilità espandere le mie doti di make – up artist.

Dovunque io andassi non ho mai interrotto la mia ricerca di bellezza ed armonia.

Nel 2012, assieme a mia madre, abbiamo unito le nostre passioni ed abbiamo iniziato l’avventura nel nostro amato Teatro Verdi di Trieste.

E’ proprio qui che ho scoperto la mia passione per l’Opera lirica, il backstage, quella magica frenesia della quale non si può più fare a meno.

Nel mondo teatrale ho trovato sfogo alla mia creatività.

In questo luogo riesco a dar piena luce alle mie passioni ed abilità di trasfigurazione, allo studio del colore, all’anatomia, alla velocità del segno e la precisione del tratto.

Ho investito molto: ho iniziato a far corsi ed esami con truccatori internazionali come Vittorio Sodano, Cristine Dupuys, Samantha Peluso, Daniel Auber, Stefano Guerra.

La mia carriera di make – up artist inizia all’età di 15 anni , all’improvviso.

Una sostituzione per un’Opera in atto unico!

Ricordo ancora quel giorno!

Mi sono buttata senza paura, mi veniva naturale.

Gianni Schicchi e la sua divertente Opera, io e una parrucchiera che non conoscevo.

Dopo questa prima avventura mi avvicinai al Teatro, non solo come truccatrice ma ho avuto anche la fortuna ed il piacere di collaborare alla realizzazione di bozzetti di abiti teatrali per Fabio Bergamo.

Dal lontanissimo 1995 in poi, la mia carriera artistica tocca molti settori del make – up, direi praticamente tutti!

Subito dopo il mio rientro a Trieste, ho lavorato allo IAL FVG come insegnante di trucco, disegno e storia dell’arte alle future estetiste e parrucchiere.

Parallelamente alla mia docenza ho aperto il negozio Kryolan City Trieste, diventando truccatrice accreditata Kryolan Fvg dopo un esame di tre giorni.

Lì ho potuto trasmettere tutta la mia esperienza  ad ogni cliente ed amico.

Aprire quel negozio in Corso Italia è stata una cosa speciale per noi, vero Francy?

Ho ancora gli orecchini che Massimiliano mi aveva comprato alla nascita di Alexander e tu eri lì ( lavoravamo vicine in quel periodo e sono stati anni meravigliosi, ndr )

 

Ho sempre pensato che truccare sia un atto estremamente intimo. Io mi sono fatta truccare in tante occasioni e quasi sempre da te. Credo sia necessaria una forte empatia perché si entra in stretto contatto, tu come la vivi?

 

La sensibilità al dettaglio.
Osservo in silenzio, la scruto con attenzione, guardo la scatola cranica, le proporzioni, guardo l’occhio nella forma e nel colore, sopracciglia forma e pelo, tipo di pelle, discromie cutanee.
Poi scrivo tutte le forme in una sorta di griglia strutturale e poi deformo l’immagine fino a trovare un rapporto armonico.
Questa riguarda la parte tecnica, poi c’è la parte sensibile, empatica.
Guardo come si muove, come parla, ho una sorta di sesto senso: capto il luccichìo della donna che c’è in lei.

Lo si capisce molto da come una persona si veste, che mani ha, come tiene i capelli.
Comunque credo d’esser portata ad intravedere lo spirito.
Leggevo le recensioni della mia pagina: sono così felice di trasmettere a chi mi circonda le mie peculiarità artistiche.

 

Tu lavori principalmente in teatro ma hai lavorato anche per il cinema, la moda, le spose.
Qual è la tua “ comfort zone” ?

 

Durante la mia carriera artistica ho potuto lavorare a sfilate di moda, tournèe internazionali, in televisione, al cinema, shooting, copertine a tiratura nazionale.

Il make – up sposa è uno dei miei cavalli di battaglia.

Penso che la sposa debba essere accompagnata dall’inizio della nostra conoscenza al giorno del matrimonio, creando così feeling ed energia.

Non mancano mai le mie mitiche tips sul make – up!

Quante lacrime con le mie spose…vi voglio beneeeeeeeee!!!

Sento di avere una buona, se non ottima padronanza in tutti i campi del make up.

Posso dire cosa non amo fare ma il fatto che abbia sempre lavorato molto e mi sia sempre dovuta confrontare con diversi settori e committenti mi ha resa molto sicura delle mie potenzialità.

 

Io ho avuto la fortuna di vederti al lavoro durante Il Barbiere di Siviglia e mi ha colpito la velocità con la quale riuscite a realizzare delle vere e proprie opere d’arte su visi tesi in attesa di entrare in scena.
Ci spieghi come si lavora con tempi stretti, stress alle stelle e, ultimo ma non ultimo, uno studio minuzioso dei copioni?

 

Nell’Opera teatrale ci si deve confrontare con molteplici sfide.

I cambi di committente mi danno la possibilità di variare da un make – up cinematografico ad un make – up teatrale, tradizionale e non.

Basta pensare che molto spesso nel teatro dell’Opera è richiesto un trucco cinematografico, natural, ampliando sempre più il nostro background.

I cantanti arrivano a scaglioni, due ore prima che inizi lo show, e dedico a ciascun artista dai 10 ai 20 minuti, qualsiasi sia il make – up.

Ovviamente in questi minuti si parla, ci si veste, si prova una scarpa e si ripassa la parte.

Nessuna recita è uguale alla successiva, una squadra che lavora insieme per portare in scena, tutti insieme, l’Opera.

The Show Must Go On so Run!

 

Da qualche anno tantissime ragazze danno consigli di trucco online.
I social sono alla portata di tutti perciò ci sentiamo tutte un po’ delle make up artist.
Tu sei sempre stata poco social, ma in questo momento così strano hai deciso di buttarti e abbiamo scoperto un nuovo lato di te: in video risulti chiara, spiritosa e autorevole. Pensi di continuare anche quando torneremo ai ritmi di sempre?

 

 

Mi sono definita molto poco social e tecnologica.

Credo che fare immagine sia importante, ma non bisogna tralasciare la realtà delle nostre caotiche vite.

Appena uscirò da queste mura ( siamo in quarantena causa Covid – 19 al momento dell’intervista, ndr ) vi prometto che vi darò delle tips di come truccarvi in metro o alla Lovat, ottimizzando sempre i tempi.

 

Parliamo di cose pratiche.
Quando ho detto alle mie amiche che ti avrei intervistata mi sono arrivati un sacco di messaggi: “ Chiedile qual è il fondotinta migliore, il mascara che fa venire le ciglia come Minnie, il rossetto che tiene tutto il giorno…”
Perciò iniziamo.
Tipo le pistole alla tempia della Bignardi!

Iniziamo dal fondotinta.

 

Il fondotinta migliore non esiste.

Esiste il più adatto.

Deve essere un amico, non un nemico.

La zona di prova per il fondotinta è il collo perchè in questa zona del corpo le due parti si devono fondere in maniera armonica.

La mano è diversamente pigmentata dai colori dell’incarnato perciò eliminate l’eccesso del fondo appoggiando sul viso una velina.

Ragazze usate sempre due fondi: uno del vostro colore ed uno leggermente più chiaro per illuminare la zona occhi, così da rendere più saturo e quindi più luminoso l’ombretto ed il blush.

 

Il mascara.

 

Il mascara è consigliabile metterlo prima del fondo così da rimuoverlo più facilmente nel caso doveste fare degli errori.

Buona regola per applicare il mascara mantenendo le ciglia separate è quello di tirare in tensione la palpebra in modo che lo spazio tra pelo e pelo aumenti.

Non date per scontato che il mascara debba essere nero.

Osate.

Siate uniche.

Provatene uno verde o blu a seconda dei vostri occhi.

Rimarrete strabiliate.

 

Il rossetto.

 

Il rossetto seguitelo con cura e adattatelo al momento della giornata.

Si parte dalle cappe centrali per raggiungere l’angolo della bocca.

Il rossetto va sempre applicato assieme ad una base matita dello stesso colore, così facendo non rischieremo mai di ritrovarci con il rossetto mangiato.

Ad oggi esistono 1001 rossetti, tinte etc.

Ognuno di loro ha un segreto nell’applicazione che vi mostrerò nei miei video.

 

 

E in ultimo, il fatidico eye liner.

 

Un buon segreto per applicare l’eyeliner è quello di trattenere il fiato mentre si tira la linea, perchè respirando tendiamo a muovere la spalla rischiando di fare una linea ondulata.

Osate con i meravigliosi eyeliner colorati!

Donne con gli occhi verdi provate un color terra di Siena: le vostre iridi diventeranno brillanti come non mai.

 

 

Chiudiamo con una domanda che sono anni che voglio porti.

Facci una lista degli indispensabili nella trousse di una donna. 

Copione:

Vacanza. Spiaggia. Serate d’estate.

 

Al mare si sa che l’abbronzatura non va d’ accordo con il trucco: troppo colore, indi meglio cambiare scenografia.

Portare sempre una BB Cream per le vostre serate o per i vostri incontri sociali ( con protezione solare, mi raccomando! ) del colore che voi sapete raggiungere con l’abbronzatura, ma di un tono più chiaro, in modo che sul volto si raggiunga un omogeneità di colore.

Ottimo, per tutte le età, usare una matita colorata con il mascara dello stesso colore, per esempio l’occhio verde potrà truccarsi con una matita viola e con mascara viola, una pennellata di terra magari con qualche pagliuzza dorata e, perché no, una spruzzatina anche sul corpo.

Proprio per il corpo sono in vendita degli olii nutrienti con uno spettacolare brillìo di oro liquido, una cascata di luce.

Il rossetto può essere di un rosa romantico o di un rosso che ricorda i colori delle rose, i fiori della passione.

Stesso discorso se si punta ad una matita bluette e, quindi, al mascara bluette.

Potete sempre ricorrere al tutto nero ma è troppo visto!

Nella trousse magica non deve mancare la soluzione micellare ,qualche cotton – fioc, assieme a delle salviettine struccanti, qualche pennello e un siero altamente idratante per il viso, possibilmente con vitamina C.

Sottinteso che la parte del leone in spiaggia la fa la crema protettiva 50, almeno i primi giorni ( non sempre la protezione della BB cream è sufficiente ).

E come tocco da super woman due gocce di profumo, magari che ricordi nell’aroma qualcosa di ancestrale, o anche un olio profumato.

In ultimo, ricordate che con il caldo le creme non vanno, sono appiccicose e fanno sudare; la crema solare già nutre quindi, per non essere lucide e trasudanti, meglio i sieri!

 

 

Chiudo sempre con il mio motto:

La parola trucco significa inganno, artificio, espediente.

E ricordate che il fine giustifica i mezzi!

 

 

 

 

Se volete vedere un pò dei suoi meravigliosi lavori

 

ma soprattutto non volete perdere i suoi consigli di bellezza seguitela qui:

 

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Tutte le foto sono state fornite da Aurea Parovel – a parte i nostri selfie allo specchio e le nostre acconciature dell’ultimo minuto in garage  😉 

 

 

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Intervista a Filomena Torelli – quando fischiare è un’arte!

  Parliamo dell’arte di fischiare o whistler         Ho incontrato Filomena Torelli grazie ad un’amica comune, Maria Cioppi ( la sua intervista qui  ) a Pontedera.   Potrei…

 

Parliamo dell’arte di fischiare o whistler

 

 

 

 

Ho incontrato Filomena Torelli grazie ad un’amica comune,

Maria Cioppi ( la sua intervista qui  ) a Pontedera.

 

Potrei scrivere pagine e pagine su di lei perchè sono giorni che spulcio nel web

alla ricerca di informazioni

che una fischiatrice, nella mia vita, ancora non l’avevo incontrata.

 

Giovane e brillante, con un sorriso travolgente e un’esuberanza che me l’ha fatta amar fin dal primo momento.

Musicista e fischiatrice.

 

Un’artista a tutto tondo.

Se avete voglia di ascoltarla o scoprire qualcosa in più di lei:

La sua pagina Facebook

La sua pagina Instagram

Il suo canale YouTube

 

 

 

Filomena, siamo arrivate qui quasi per caso, grazie ad un incontro durante una spettacolo a Pontedera.

Toscana, mamma di due bimbi, ti definisci carismatica, originale, curiosa.

Amante dell’arte in ogni sua forma.

Raccontaci un po’ di te.

 

Curiosa è la parola chiave!

La mia curiosità mi ha portato a sperimentare e a canalizzare le mie energie in maniera positiva.

Il whistling ha preso passionalmente la mia vita quando sono diventata mamma, non avendo più tempo per studiare il mio strumento (suono il flauto traverso) ho concretizzato che avevo una capacità che altri non avevano: potevo leggere (fischiare) lo spartito in tutte le sue forme, senza omettere abbellimenti staccati, trilli e legature.

Ho cominciato ad intensificare lo studio fischiato e la resilienza di una madre fa miracoli.

Ho cominciato ad esibirmi come solista con l’orchestra poi con una pianista!

Avevo realizzato il mio sogno.

 

Appassionata di musica.

Flautista prima e fischiatrice poi.

Quando hai iniziato a suonare il flauto e da dove nasce questa passione?

 

Sono la classica bambina di paese che a 9 anni inizia a suonare in banda.

Mi emozionavo davanti al pubblico quando a soli 16 anni suonavo pezzi come “Il pastore svizzero “ di Morlacchi e piangevo dall’emozione forte (cosa che mi capita ancora! ).

Fischiare è sempre stata una realtà parallela alla musica strumentale.

Hai presente il solfeggio cantato?

Bene, io fischiavo!!!

 

Dal flauto al fischio il passo non è poi così breve.

Come ci sei arrivata?

Come dicevo prima sono due realta’ che si muovono parallelamente, che si completano ma l’una ha preso il sopravvento sull’altra nel momento in cui mi sono sentita in “cattività”.

Impossibilitata dall’arrivo dei bambini (Alessandra 6 e Daniele 3 anni) non potevo più studiare flauto e una mamma sa cosa intendo quando mi esprimo dicendo: ”mi sentivo in gabbia”!!

Diciamo che ho saputo trasformare quell’energia compressa in una forma artistica,capace di farmi risentire VIVA.

 

Suoni ancora o ti dedichi unicamente al whistle? 

Mi capita di rado ma quando suono e l’aria vibra attraverso il mio strumento ho ancora forti emozioni!

 

Quanto l’esercizio del respiro grazie al flauto ti ha aiutato a fischiare ma soprattutto ti senti ancora una musicista?

 

Fondamentali le mie conoscenze musicali: dalla respirazione all’emissione di suoni caldi e scuri piuttosto che di acuti, all’esercizio del fischiato-parlato che arricchisce le sonorità….sicuramente sarebbe stato diverso se non fossi stata una musicista!

 

Come e se è cambiato il rapporto con gli altri musicisti? Ti considerano parte dell’orchestra o “ l’ospite d’onore” ?

Sono io che, finalmente, continuo a sentirmi parte dell’orchestra…. mentre avverto con stupore, che mi accolgono come l’ospite d’onore!!

 

Hai partecipato a parecchi programmi televisivi come “ I soliti ignoti “ e “Italia’s Got Talent” e credo fossi la prima. Ho sentito parlare di whistlers stranieri ( LP, per esempio, oltre a cantare fischia benone! ndr ) ma in Italia è ancora cosa poco nota. Siete in tanti?

 

Non siamo in molti.

Ad oggi, che io sappia (che abbiano un progetto legato al fischio ) siamo solo in tre.

Ognuno con il suo genere ma uniti dalla stessa passione.

 

Ho visto che hai un repertorio molto ampio: passi da Mozart, a Puccini, al Canarino di Grupyn ( un’esibizione da pelle d’oca e la trovate su YouTube, ndr ) a Kill Bill. Le tue preferenze musicali sono le stesse sia quando si parla di musica da ascoltare che quando si parla di musica da fischiare?

 

Io ascolto di tutto.

La musica mi piace, mi fa sognare! Ma i pezzi che scelgo per il whistling sono selezionati accuratamente per poterne tirare fuori le caratteristiche fondamentali.

Rossini per l’abilita’ tecnica, Puccini per la potenza del sentimento che il fischio rievoca e spesso ho azzardato con pezzi dei Muse dove gli acuti vanno alle stelle!

Questo mi aiuta a misurarmi.

Il canarino di Grupyn è stata una vera sfida: ho avuto l’approvazione dei migliori ottainisti italiani e questo mi rende orgogliosa.

 

Hai un canale YouTube con moltissime visualizzazioni, una pagina Facebook ed una Instagram. Quanto il social aiuta a diffondere un’arte così particolare e ancora così poco nota?

 

Molto…senza sarei chiusa tra quattro mura e non avrei avuto la visibilità che ho!

Ho sacrificato la mia privacy per giusta causa.

 

Hai in previsione altre esibizioni televisive o concerti o eventi in cui potremo ascoltarti?

 

L’altro giorno sono stata ospite in diretta, a I Fatti Vostri accompagnata dall’orchestra del maestro Morselli (troppo ganzo)…

E domani (10 marzo ore 17 su radio2 ) intervistona alla radio !!

Nessun concerto in programma ma molti progetti futuri!!!!

 

 

 

 

  1. https://www.youtube.com/watch?v=Apm36shJjUs

    https://www.youtube.com/watch?v=jxL3mkNrg-0

 

 

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Intervista a Stefania Campanella – Formentera Non Esiste

  Formentera. La mia isla ed i suoi punti fermi. Passano gli anni ma loro sono sempre lì, ancorati, felicemente. Sempre pronti a ricordarmi che se sono vecchie abitudini evidentemente sono…

 

Formentera.

La mia isla ed i suoi punti fermi.

Passano gli anni ma loro sono sempre lì, ancorati, felicemente.

Sempre pronti a ricordarmi che se sono vecchie abitudini evidentemente sono buone abitudini.

Grazie a quel meraviglioso mondo che è Internet sono incappata in Stefania Campanella.

Me lo ricordo benissimo: a pranzo in una giornata di sole, ordinando del sushi.

E’ stato colpo di fulmine al primo ciao al telefono!

 

Stefania, dal nostro ultimo caffè insieme al Matinal di Formentera a quiPrima di iniziare a parlare del tuo libro e dei tuoi progetti raccontaci un pò di te.

Da sempre quando ho qualcosa di importante da comunicare lo faccio con la scrittura.

Infatti sono laureata in Lettere, ho fatto la copywriter per tanti anni e ho scritto qualche libro, la maggior parte per raccontare Formentera.

Non mi definisco una scrittrice, piuttosto una persona che esprime la propria creatività attraverso le parole.

 

Appassionata dell’isola. Amante della Formentera VERA.

Profonda conoscitrice dei suoi segreti e della sua gente.

Come e quando sei arrivata sull’isola la prima volta?

 

Sono arrivata una notte di agosto nel 1997, a es Pujols.

La prima impressione fu pessima e ricordo di aver detto: “Speriamo che almeno il mare sia bello!”.

Da quel giorno, non c’è più stato un anno in cui non ci sia tornata, prima per vacanza, poi per eventi di vario tipo.

 

“ Nonostante lavorassi in un ufficio, la mia mente era sempre rivolta a Formentera, al come salvarla da un turismo di massa dilagante e maleducato, al come tenere alta la reputazione dei miei connazionali in un paradiso dove la parola “italiano” era spesso sinonimo di maleducato e al come poter dare voce a tutte le persone che, come me, se ne erano innamorate. 

Spesso persone creative, artistiche, anime speciali con qualcosa da dire”.

Ti confesso che leggendo questo passo sul tuo blog ho capito che io e te avevamo molto da raccontarci.

 

E io ti confesso che quando nel 2007 inizia a intervistare alcuni isolani, a ricercare storie per Formentera non esiste, spesso mi trovavo davanti persone molto stupite “Cosa? Un’italiana che vuole conoscere le tradizioni e la cultura di Formentera?”.

La maggior parte degli italiani erano colonizzatori poco inclini ad approfondire l’anima autentica dell’isola.

Ovviamente, questa è una generalizzazione, che come sempre, include delle eccezioni.

Comunque sì, la storia tra l’Italia e Formentera è anomala, unica e surreale a volte.

Oggi credo che la situazione sia molto diversa.

 

“Formentera Non Esiste” è il tuo libro. Perché questo titolo?

 

Perché non ne esiste una, ma ognuno ha la propria.

Ci sono delle versioni di Formentera diversissime, che non si incontreranno mai, altre che convivono o si sovrappongono.

Ma non ne esistono due uguali, ecco perché è un’isola infinita.

 

Il libro ha avuto un successo clamoroso. Uscito nel 2010 e nuovamente in ristampa. Come spieghi questo successo?

 

Penso di aver avuto la giusta intuizione: raccontare Formentera a chi se ne era innamorato, condividere tante scoperte che grazie a un investimento di tempo e denaro avevo potuto raccogliere in loco, pensa che studiai lo spagnolo proprio per poter comunicare meglio con le persone.

Si trattava di fatto dell’unico libro italiano che parlasse dell’isola.

Poi, lo ho davvero scritto con il cuore, in un periodo molto difficile per me, e questo sicuramente arriva tra le righe.

 

Il nome dell’editore è Formentera Filo Blu e mi viene subito in mente il filo blu che tu racconti unisca tutte le persone che amano Formentera…

 

Il filo blu esiste davvero, ahahha. È quello che unisce tutti gli amanti della libertà interiore che Formentera regala.

Più semplicemente, è il nome che avevamo dato, il mio socio Davide Scalzotto e io, alla nostra associazione, con l’intento di promuovere un turismo creativo sostenibile sull’isola.

Forse eravamo troppo ambiziosi, ma ci siamo divertiti prima di chiudere questa avventura organizzando diversi eventi tra Roma, Formentera e Venezia, non ultimo il convegno con Ca’ Foscari da cui poi è nato il libro Formentera.

Ritratto di un’isola.

 

Si dice che l’isola sia magica, che sia un crocevia di energie positive, che una volta che ti entra dentro non ti abbandona più.

Dopo tanti anni hai capito cos’è che la rende così unica?

 

Sto tentando di scrivere un libro per spiegarlo, l’idea è di farlo uscire come continuazione di Formentera non esiste nel 2020…

Si può davvero spiegare Formentera da un punto di vista energetico, ma appunto, mi serve un po’ di tempo.

 

Le nostre strade si sono incrociate per caso, grazie al web. Perché tu hai anche un blog che, come il libro, si chiama Formentera Non Esiste.

E’ nato prima lui o è nato prima il libro?

 

È nato prima il libro il blog era un modo per richiamare dal web i formenteramanti, che come me, si sentivano attratti da quest’isola.

E la cosa ha decisamente funzionato: amici, artisti, persone interessanti, vip… mi hanno contattata in tanti, e con la stessa motivazione: per riconoscersi in una community, quella che ama la Formentera più autentica.

 

In questi anni di blog ho conosciuto persone meravigliose grazie ad internet e tu sei una di quelle.

Cosa ne pensi e come li usi per parlare della tua isola?

Intendi i social network?

A dirti la verità, li uso senza strategia.

Quando ho qualcosa da dire, o qualcosa che voglio condividere, pubblico.

Certo, in passato moderare quotidianamente un gruppo di quasi cinquemila persone non sempre è stato semplice.

C’è anche il rovescio della medaglia: oltre a tante persone fantastiche, sono arrivati anche dei rompiscatole o delle persone che hanno approfittato della mia flessibilità.

Ma a me va bene anche questo.

Si impara da tutti.

 

Formentera Soul, Formentera Gourmet, Formentera Hippy, Formentera Ladies sono tue creature.

Io ho avuto la fortuna, casualmente ( anche se chi conosce l’isola sa che lì nulla accade per caso ) di partecipare ad un incontro.

Raccontaci che cosa sono, come sono nate e come si svolgono.

Sono delle settimane esperienziali sull’isola, con tematiche diverse, di cui curo il programma, in collaborazione con un tour operator, quindi decido cosa è meglio proporre e chi è meglio coinvolgere.

Prendo in considerazione solo le cose che ho provato e che mi sono piaciute.

Formentera Ladies, per esempio, è alla sua quinta edizione (19-23 aprile 2018) ed è ogni volta un’esperienza diversa e meravigliosa, in questo caso dedicata solo alle donne.

 

Dal tuo blog: “ Era il 1967. Formentera era meta di tantissimi hippy (chiamati peluts, “capelloni”, dagli isolani) che arrivavano in questo paradiso naturale e ne rimanevano estasiati.

Dai Pink Floyd a Bob Dylan, un tuffo nella Formentera più nostalgica, per rivivere attraverso luoghi, musiche e la magia di un tempo ritrovato, una leggerezza irripetibile e un sogno che ancora affascina…”

Credi ci sia ancora traccia di questo spirito hippy?

 

Io ancora in certi angoli segreti, lo ritrovo… Non so dirti ancora per quanto.

Visto che mi parli della Formentera Hippy, ci tengo a dire che è stato un privilegio poter scrivere un capitolo sull’argomento, come contributo per il libro di cui parlavo prima, quello che l’Università di Ca’ Foscari ha realizzato su Formentera.

 

Quella sensazione di libertà che nessuno ci può togliere mentre a largo sguazziamo tra le onde.

Il respiro affannoso perché a tutta questa vita non siamo abituati.

Noi con noi stessi.

Troppo spesso estranei, pezzi di puzzle sparpagliati. 

Finalmente ricomposti.

Per me Formentera è questo.

Mi aiuta, ogni volta, a ricomporre il puzzle e mi riporta all’essenza.

 

Che bella descrizione!

Sai ho una teoria: a Formentera il tempo non è quello del fare, ma è quello che nutre… ecco perché siamo così felici quando ci accoglie nella trasparenza delle sue acque e nel calore della sua Terra.

 

Nuovi racconti, nuove uscite, nuovi libri?

 

Ti racconto del progetto realizzato per sostenere Formentera Baby, l’iniziativa che appoggia Nicolò Govoni in un’altra isola, Samos, dove sta costruendo una scuola per i bambini di questo terribile campo profughi.

Con questo intento, ho scritto FORMENTERA PARA SIEMPRE, una guida su cosa fare e cosa vedere sull’isola mese per mese.

Eventi, appuntamenti, concerti, feste e luoghi imperdibili, per vivere Formentera tutto l’anno, al meglio.

L’ebook uscirà a breve su tutti i canali di vendita online in formato epub e mobi, ma al momento si può già ordinare in formato pdf sul mio blog.

Link al libro Formentera para siempre: http://www.formenteranonesiste.com/2018/02/formentera-para-siempre.html

Link al cartaceo Formentera non esiste: http://www.formenteranonesiste.com/il-libro-nuova-edizione

 

 

 

 

 

 

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